Sono davvero solo gli altri a essere irrazionali?

Sapete cos’è un bias cognitivo?

No, non avete sbagliato link, siamo su Nessun Armadio. Di solito parliamo di omosessualità e dintorni. Ma oggi no, o non solo: ho voglia di scrivere qualcosa su un argomento che aiuterà tutti noi a capire meglio che cosa succede quando raccogliamo informazioni o dialoghiamo con altre persone, e a comportarci di conseguenza.
Utile nella vita di chiunque, ancor più nella vita di chi si occupa di questioni lgbt+.

Ma procediamo con ordine e spieghiamo innanzitutto cos’è un bias cognitivo e perché dovrebbe interessarci. Anticipo che queste cose io non le ho studiate, vi riporto le informazioni che ho trovato in giro nel modo più accurato possibile, ma se tra chi mi legge c’è qualcuno che ha competenze specifiche in psicologia o scienze cognitive e ha voglia di correggermi o migliorare ciò che dico ne son solo contenta.
In poche parole, un bias cognitivo è una sorta di “pregiudizio”, un comportamento istintivo che mettiamo in atto quando abbiamo a che fare con informazioni nuove. Per esempio, quando ascoltiamo o leggiamo le notizie, ci viene naturale considerare più attendibili quelle che confermano i punti di vista piuttosto che quelle che li mettono in discussione. Ma non solo: sono tanti i comportamenti più o meno inconsapevoli che rendono il nostro giudizio meno “obiettivo” e razionale di quel che vorremmo, per esempio, tendiamo a valutare le nostre esperienze come statisticamente più significative rispetto a quelle altrui; a credere più facilmente a quello in cui vogliamo credere (perché supporta la nostra visione del mondo o perché lo troviamo rassicurante); a essere eccessivamente fiduciosi oppure eccessivamente sospettosi nei confronti delle novità, senza una base ragionevole; a ignorare alcune informazioni e a concentrarci su altri in base all’emotività.

Alcuni esempi? L’effetto placebo è un caso famoso e ben documentato. Se mi metto a vendere bottigliette d’acqua fresca spacciandola per una pozione contro il mal di testa, molte persone la berranno e sentiranno davvero il proprio mal di testa alleviarsi, in un fenomeno di autosuggestione. O ancora, la stessa azione positiva compiuta da una persona che appartiene al nostro stesso “clan” (sia questo definito dall’appartenenza politica, religiosa, nazionale o così via) ci sembra più importante e meritevole di quanto ci sembrerebbe se fosse compiuta da una persona di un “clan” avversario (qualcuno, in pratica, che la pensa diversamente da noi) e lo stesso con le azioni negative. La stessa cosa accade quando siamo terrorizzati dall’eventualità di morire in un incidente aereo o attaccati da uno squalo, ma prendiamo l’auto ogni giorno senza alcuna difficoltà (pur sapendo, razionalmente, che la probabilità di rimanere coinvolti in un incidente automobilistico è molto maggiore delle altre due). Ancora un esempio: avete presente quando notate una particolare coincidenza, per esempio la presenza ricorrente di un certo numero o colore per un po’ di giorni, e dopo esservene accorti iniziate a trovarlo ovunque? Così, se avete un ritardo nel ciclo vi pare che improvvisamente le strade siano piene di donne col pancione, se vi siete appena messi gli occhiali scoprite di essere circondati da miopi e così via.

So cosa state pensando: “Nah, a me non succede”. Sì che succede, ve lo assicuro: succede a me, a voi, a tutti. Sicuramente alcune persone sono più suggestionabili o ingenue di altre, ma nessuno di noi può pensare di essere immune a questi vizi, perché fanno parte del modo in cui conosciamo il mondo e interagiamo con esso.
Tutto questo non dipende dal fatto che siamo superstiziosi, stupidi o male informati, ma è una specie di “trucchetto” che la mente ci gioca. Perché? La risposta è la solita: si tratta di una strategia di sopravvivenza che si è dimostrata evolutivamente vincente. La nostra mente si affanna a cercare un senso o uno schema anche dove non c’è e cerca di risparmiare energie spingendoci a difendere le nostre idee, così come la nostra appartenenza a una “tribù” di persone che la pensano allo stesso modo, piuttosto che indurci a mettere in discussione quello in cui crediamo, rischiando così di perdere l’appoggio di chi ci sta intorno.
Ciò che ho detto fin qui, come già ribadito all’inizio del post, è la sintesi di quel che ho trovato in giro per il web interessandomi a questa tematica. Non mi piace parlare di cose che non conosco e fare l'”esperta” in campi che non mi competono, quindi questo post non ha l’obiettivo di fornire un resoconto esaustivo ma solo quello di suscitare in voi un po’ di curiosità sul tema. Non prendete per oro colato quel che dico ma, se vi interessa, fate le vostre ricerche e se trovate qualcosa che non va per favore fatemelo notare, sarò contenta di correggermi.

Ora veniamo al punto: perché parlo di bias cognitivi su un blog che si occupa di orientamento sessuale?
Perché nel mondo in cui viviamo certi argomenti sono spesso oggetto di discussioni più o meno accese. Ricordiamo tutti gli interminabili dibattiti sulle unioni civili e sull’utero in affito; tutti noi, o quasi, siamo stati coinvolti in discorsi allucinanti con fanatici religiosi o bigotti medievalisti che credono che gli omosessuali siano la prole di Satana. Senza arrivare a questi estremi, insomma, tutti ci siamo ritrovati a discutere di omosessualità, famiglie arcobaleno, legislazione a tutela degli lgbt+ e così via.
E tutti, me per prima, ci siamo trovati a bocca aperta di fronte a una scoperta tanto semplice quanto sconcertante: certe cose che a noi sembrano profondamente e indiscutibilmente giuste (es. il fatto che essere gay non sia una malattia) ad altre persone sembrano altrettanto indiscutibilmente sbagliate, e viceversa. Siamo attaccatissimi alle nostre posizioni, che ovviamente per noi sono quelle giuste – “è talmente ovvio, come fai a non vederlo?” – e ci restiamo male a scoprire che gli altri sono altrettanto attaccati alle proprie, che sono palesemente sbagliate ai nostri occhi.
Per molti di noi, infine, questo tema è più che una disquisizione accademica da social network, ma ci tocca nel profondo. Quando proviamo a raccontare ai nostri genitori, fratelli, amici della nostra identità di genere o orientamento sessuale e ci troviamo di fronte a un muro, il dolore è terribile.

Ora, sapere cos’è un bias cognitivo non risolverà tutti i nostri problemi di comunicazione, anzi. Però secondo me può essere utile e istruttivo.
Per renderci conto che nessuno di noi è perfettamente razionale e oggettivo, e che quindi quando parliamo di certe cose l’emotività va tenuta in gran conto, perché è inevitabilmente legata alle opinioni e alle idee di ciascuno di noi.
Ma anche per capire quanto è difficile cambiare idea, e quindi per non sottovalutare l’enorme sforzo che ci vuole a mettere in discussione una convinzione, magari radicata fin dall’infanzia.
Infine, per sapere che noi stessi siamo affetti da questi “pregiudizi” istintivi, e che quindi non basta avere “una mente aperta” ma bisogna sforzarci continuamente, sottoponendo noi stessi al vaglio della ragione, chiedendoci: sto davvero guardando questo problema da tutti i punti di vista? Potrei cercare altre prospettive? Mi sono davvero informato in maniera imparziale o mi sono limitato a prestare orecchio solo alle fonti da cui sapevo di veder confermate le mie aspettative?

Che ci guadagniamo? Non tanto la possibilità di convincere gli altri che le nostre prese di posizione sono più consapevoli e giustificate (e chi dice che lo siano?) quanto la possibilità di comprendere meglio i punti di vista diversi e di esercitare il nostro senso critico e la nostra razionalità.
Questo è utile a tutti, per tante ragioni credo che sia utile in particolare a chi si occupa di questioni lgbt+ e altre tematiche sensibili.
Che ne pensate?

Vulcanica

PS: se vi interessa una bibliografia, ho semplicemente digitato “cognitive bias” su google e letto i risultati delle prime due pagine di ricerca.

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Cosa mi ha insegnato essere lesbica

adaymag-girl-to-woman-30-03Lo so, lo so. Il titolo è un po’ presuntuoso. Un post con un titolo del genere andrebbe scritto dopo una vita intera d’omosessualità, non dopo tre anni appena. Ma, a costo di apparire una che se la tira, io ci provo lo stesso, e sarò ben contenta di integrare ciò che scrivo con le esperienze e le impressioni di chiunque vorrà raccontarmi la sua.

Intanto, “essere” lesbica di per sé non insegna nulla, come essere etero o pansessuale o qualsiasi altra cosa. Ma scoprirsi lesbica sì.
Prima di scoprire di essere attratta dalle donne, io al mondo lgbt non avevo mai pensato.
Se me lo aveste chiesto, vi avrei detto che sì, che diamine, ero favorevole alle nozze gay e alle adozioni gay.
Se me lo aveste chiesto, vi avrei detto che no, vedere due uomini o due donne che si baciano non mi dava fastidio proprio per niente.
Ma non avrei saputo dirvi altro.
E questa è la prima cosa che ho notato, a posteriori: non ero abbastanza interessata. Del gay pride sapevo soltanto che era una festa colorata, dei diritti civili sapevo soltanto che in Italia non ce n’erano e in qualche paese del nord Europa sì. Fine. Non è che non me ne fregasse nulla, semplicemente non era la mia vita.

 
In questi anni, invece, ho scoperto che ci sono tantissime persone eterosessuali e cisgender che si occupano attivamente del mondo lgbt+, che si sentono davvero coinvolte in prima persona, che chiedono uguali diritti non per se stessi o per i loro familiari e amici ma per tutti, anche per le persone che non conoscono. Questo è bello, è davvero bello. Rispetto e ammiro tutti i nostri “straight allies”, come dicono gli anglosassoni: i nostri alleati, i nostri amici che sfilano con noi e s’incazzano con noi e si fanno gonfiare il fegato con noi anche se potrebbero lavarsene le mani.
La prima cosa che scoprirmi lesbica mi ha insegnato è propria questa: la solidarietà. Non la mia, ma quella degli altri, gratuita, disinteressata.

 
E aggiungo: sapermi lesbica ha reso molto più difficile essere indifferente a ogni altra cosa. Ho avuto modo di scoprire, per fortuna più attraverso testimonianze di altre persone che sulla mia pelle, come sia convivere con la paura, con la vergogna, con l’incertezza. Ho sperimentato anche io come ci si sente quando “essere te stesso” diventa più di uno slogan da scrivere su facebook, diventa una sfida ogni giorno. La parola “diverso” ha cambiato sapore, è diventata qualcosa di molto più vicino, più concreto.
Per questo, chiamatela empatia, chiamatela consapevolezza, adesso mi è più difficile pensare che certe cose “non siano affari miei”, anche se non mi riguardano direttamente. Il punto è che per vent’anni sono vissuta in un mondo completamente eterosessuale, senza neanche sospettare l’esistenza di un universo totalmente diverso, e non perché questo si nascondesse, ma semplicemente perché io non ero attenta. Allo stesso modo adesso comprendo quanti altri ce ne possano essere, di universi pieni di vite e speranze e sogni e difficoltà di cui non so proprio niente. Questo mi porta a giudicare meno. A tentare di stabilire delle connessioni con gli altri, di ascoltare senza imporre loro i miei schemi mentali, perché questi schemi mentali sono terribilmente limitati alla realtà che conosco.
E la realtà che conosco è soltanto una parte infinitesima dei modi in cui la vita può essere vissuta, tutti ugualmente vivi e immensi, non importa se a sperimentarli sia il novantanove per cento della popolazione o solo l’un per cento.

 
Infinite variabili: dalle più classiche – la nazionalità, il colore della pelle, la fede religiosa, lo status economico, l’orientamento sessuale, l’identità di genere – a quelle più sottili – il modo di vivere le amicizie e le relazioni, il raporto con i familiari, in ultima analisi la storia personale di ognuno di noi. Ognuna delle centinaia di persone con cui interagiamo ogni giorno è una miscela di tutto questo, e della stragrande maggior parte di ciò che vive, prova e pensa io non posso capire assolutamente nulla.
Di nuovo: ho scoperto l’acqua calda, sì. Che ci posso fare se la passione per le tette mi ha dato una mano a rendermene conto? XD

 
Lo so, sto dicendo delle banalità, in fin dei conti.
E no, non serve essere lesbica per capire queste cose. Dico solo che la scoperta della mia omosessualità ha aiutato me ad entrare in contatto con una prospettiva diversa. Ciascuno può arrivarci nel proprio modo, attraverso tutte le esperienze che scardinano le certezze, che mettono in dubbio i modelli di vita. In teoria siamo tutti molto bravi, ma in pratica ci vuole molta umiltà per ammettere che ognuno di noi può cambiare idea, e che le nostre posizioni e le nostre vite non sono per niente solide come immaginiamo.

 
Perché anche questo ho scoperto, negli ultimi tre anni. Quest’omosessualità del tutto insospettata mi ha cambiato la vita – non potrebbe essere diversamente – e ha influenzato il mio rapporto con me stessa e con le altre persone. Mi ha resa più forte, più decisa, ma anche molto più cauta. Mi ha portata a sfidare il mio idealismo e a riconoscere tanti dei miei limiti e dei limiti delle altre persone. Mi ha ferita, spesso, perché cose che prima non mi riguardavano adesso bruciano fino alla carne viva. Mi ha spinta a riconoscere il valore delle persone meravigliose che ho intorno, i miei familiari e i miei amici.
Per una maniaca del controllo come me, è difficile accettare l’idea che la vita segua la sua strada indipendentemente dai piani che hai per lei. E tutto questo di certo non era nei miei piani, non perché non lo volessi, ma perché neanche immaginavo di poterlo volere.

 
Insomma, per concludere questo post troppo lungo, essere lesbica mi ha insegnato che un piccolo spostamento di prospettiva cambia drammaticamente tutto ciò che vediamo. Mi ha incoraggiato a non guardare le cose soltanto dal punto di vista più semplice, quello frontale, in piena vista, ma di cercare angoli nascosti, di fare attenzione anche alle ombre, di rendermi conto che quel che a volte viene etichettato semplicemente come “minoritario” e quindi ininfluente nasconde in realtà un potere enorme.
Il potere di cambiare noi stessi. Il potere di cambiare il mondo.

 
Vulcanica

We are proud!

Da quando il mondo si è accorto che esistono le persone lgbt, è pieno di gente che parla di noi.
C’è gente che fonda la sua campagna elettorale su di noi, gente che manifesta contro di noi, gente che in classe o al lavoro o a casa o in treno si mette a parlare di noi. Siamo contronatura o no? Dovremmo essere tollerati o no? I bambini, siamo capaci di crescerli o no? E il modo in cui scopiamo, in cui viviamo, in cui lavoriamo, il modo in cui ci vestiamo, il modo in cui parliamo, le trasmissioni tv che guardiamo. Se siamo nati così o ci siamo diventati frequentando le compagnie sbagliate, se il buon dio ci ha fatti così per mettere alla prova i nostri genitori o per far loro scontare certe vecchie colpe, se dovremmo essere aiutati a guarire o soltanto a vivere sopportando questa croce.

Queste persone che parlano di noi non sanno niente di noi.
Non hanno mai sentito il suono dei singhiozzi di tua madre che piange perché sua figlia esce con una ragazza.
Non sanno com’è quando hai bisogno di tastare il terreno ogni volta che parli della tua vita con qualcuno.
Non conoscono quella determinazione disperata che ti prende dentro, quando ti rendi conto che forse dovrai scegliere tra la tua famiglia e la persona con cui vuoi stare. E prima ancora, la persona che sei.
Loro non sono mai stati svegli nel letto, a parlare col soffitto, chiedendosi: come andrà a finire? Potremo vivere insieme? Potremo avere una famiglia? Dovremo scappare via?
Non hanno mai avuto paura, presentandosi all’hotel per una vacanza insieme, che la signora alla receptionist facesse storie per la camera matrimoniale, e non hanno mai dovuto inventarsi un compleanno per spiegare un mazzo di fiori, o guardarsi intorno prima di stringere la mano a qualcuno, per controllare che nessuno stesse osservando.
Non conoscono la sensazione di quando uno sguardo, una risatina, un commento sussurrato ti risvegliano da quel piccolo, innocente spicchio di felicità che stai vivendo e ti ricordano che per te niente è gratuito.
Tutto va pagato. Ogni bacio, ogni parola d’amore, ogni desiderio.

Le persone che parlano di noi non sanno come sia essere noi, e non ce lo chiedono.
Non vogliono saperlo.
Non hanno voglia di sentir parlare di quel che passa un ragazzino gay a scuola. Di quel che trova, quando dopo la scuola torna a casa. Della paura che lo accompagna tutti i giorni.
Non hanno voglia di domandarsi cosa si prova davvero quando quello su cui tutti raccontano barzellette “innocenti” sei TU.
Non interessa, a loro, scoprire quanto coraggio e quanta forza ci vuole per andare avanti senza vergognarsi di ciò che sei, senza cedere alla tentazione di nasconderlo.
Non sanno e non vogliono sapere com’è avere paura per la persona che ami, paura per te stesso. Paura che la sua famiglia le proibisca di vederti. Paura che il suo datore di lavoro lo scopra e la licenzi. Paura che qualcuno la insulti, la spaventi, la picchi, la faccia star male.

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Sì che ho paura.
E questo tipo di paura ti scava dentro un po’ ogni giorno, ti rende triste, duro, cattivo. Ti toglie ogni fiducia verso il prossimo. Erode ogni speranza che hai per il futuro.
Perché sai che, anche se dovessi campare cent’anni, non farai in tempo a veder sorgere il giorno in cui questa paura farà parte del passato. Puoi metterti al riparo. Puoi circondarti di persone che capiscano, puoi fuggire dai pregiudizi e dalla cattiveria, puoi trovare un posto sicuro e starci bene, ed essere felice. Puoi anche essere la persona più felice del mondo, ma saprai sempre che là fuori quella cosa c’è ancora.
Se sbagli strada, se parli con la persona sbagliata, se leggi il giornale sbagliato, se visiti il paese sbagliato, quella cosa comparirà di nuovo, e ti farà ancora paura.
Ognuno di noi l’ha vissuto, per questo siamo orgogliosi. Per questo portiamo in strada le bandiere arcobaleno, parliamo e ci raccontiamo e ci sosteniamo a vicenda e combattiamo e festeggiamo ogni volta che c’è qualcosa da festeggiare, difendiamo i nostri figli e spieghiamo quello che siamo e cerchiamo il dialogo e non ci arrendiamo, no, non ci arrendiamo mai.
Perché non possiamo dimenticarcela neanche per un istante, quella paura che abbiamo provato tutti almeno una volta. E neanche per un istante smettiamo di pensare che in questo preciso momento, da qualche parte, qualcuno sta piangendo.
Qualcuno sta pensando di farla finita.
Qualcuno si sente completamente solo al mondo.

Noi siamo qui.
Noi siamo quelli sbagliati, quelli diversi, quelli da cui stare alla larga.
Siamo noi, quelli che non vogliono più stare negli armadi e che pretendono diritti e leggi e sicurezza e dignità.
Siamo qui, con le nostre storie, le nostre emozioni e tutta la nostra paura.
Siamo qui con le nostre voci e non staremo zitti, mai più.

Vulcanica

Dell’arte di scegliersi gli amici

Ok, respirone: questo è un post polemico. Qualcuno potrebbe rimanerci male. E no, stavolta non saranno i cattolici, tanto per cambiare!
Però se non dicessi quel che penso, anche quando può offendere qualcuno, il blog non servirebbe a nulla. E magari questa volta mi sbaglio, perciò spero che qualche lettore avrà la pazienza di illuminarmi e di farmi capire questo fenomeno.

Dopo la premessa conciliante, il tema è questo: avete presente quanto ci incazziamo quando gli omofobi iniziano le loro tiritere con il proverbiale “Ho tanti amici gay, ma…”? Ecco. La mia domanda di oggi è al contrario: com’è che noi abbiamo tanti amici omofobi?
E parlo di amici, sia chiaro.
La famiglia non te la scegli, i colleghi di lavoro o compagni di scuola nemmeno. Ma gli amici sì.

Perciò quando sento persone che mi dicono: “Ho la bacheca di facebook piena di questa roba sul gender”, mi viene da chiedere: e com’è che tra i tuoi contatti facebook è pieno di bigotti ignoranti?
Quando sento persone che mi dicono: “Non ho detto ai miei amici che sono gay perché ho paura che la prendano male”, mi viene da chiedere: e com’è che hai degli amici di merda? E ti fai anche scrupoli all’idea di rischiare di perderli?

Ora, anche se quando scrivo sul blog e sulla pagina cerco sempre di essere positiva, incoraggiante e simpatica (non so quanto ci riesca), io nella vita ho un pessimo carattere. Ho molti più ex amici che amici e per una ragione molto semplice: taglio i ponti. Pure troppo. Non sono il tipo di persona che passa sopra a tutto in nome di un’amicizia storica o del quieto vivere. Non dico che sia giusto ciò che faccio, ma sono fatta così. Quindi mi riesce particolarmente difficile capire che senso abbia continuare a tener vivi dei rapporti con persone che sono così grette e ignoranti da discriminare qualcuno in base al suo orientamento sessuale. Se a essere omofobi sono tuo padre, tua madre, il tuo datore di lavoro, lo capisco che sia molto difficile, perché quella non è gente con cui puoi chiudere da un giorno all’altro.
Ma gli amici? Le persone che tu stesso scegli di frequentare?
Tanti mi rispondono: “Ma no, non sono amici, è che sono conoscenti quindi abbiamo l’amicizia su facebook.”
Bene, toglietela. E se vi va, o se vi fanno domande, spiegate pure perché. Non dico di essere maleducati, basta spiegare: “Le tue opinioni mi infastidiscono e mi feriscono”.
“Eh ma non sta bene.”
Ah non sta bene? Loro ci insultano, ci disprezzano, e non sta bene se noi proviamo a reagire?
Ma come pensiamo di cambiarlo il mondo, se abbiamo paura di fare un dispetto a qualcuno, se non altro allo scopo di aiutarlo ad aprire gli occhi?
Non siamo NOI che dobbiamo essere timidi. Se uno è fascista, se è ignorante, se è un cretino che non sa distinguere una buona fonte da un sito spazzatura, se è un omofobo è LUI che si deve vergognare, e NOI abbiamo la libertà e anche il dovere di farlo vergognare. Altrimenti, con questa scusa delle buone maniere, va a finire che dobbiamo anche ringraziare chi ci pesta sugli autobus, chi ci caccia dai ristoranti, chi manifesta contro i nostri diritti.
Lo ripeterò finché avrò fiato: LORO HANNO TORTO. E secondo me stare zitti, fare buon viso a cattivo gioco significa dargli quasi ragione, concedere loro una licenza che li autorizza a continuare a pensarla così e a propagandare le loro idee.
Non è vero che tutte le opinioni vanno rispettate, non quelle che ledono la dignità di altri esseri umani. E avere almeno il coraggio di farlo presente alle persone che conosciamo mi pare un buon inizio.
Che poi, chissà, magari qualcuno di loro il dubbio se lo pone. Magari si informa, o ci fa delle domande, e va a finire che cambia idea. Perché per cambiare il mondo bisogna far cambiare idea alle persone, una alla volta, e per farlo bisogna incontrarsi, certe volte scontrarsi.
E in ultima analisi, se non altro, togliere il saluto a certa gente è davvero una bella soddisfazione.

Vulcanica

L’arcobaleno e lo schermo

Ho sostenuto fin dalla nascita di questo blog che il punto cruciale della battaglia lgbt+ oggi è la visibilità. Se le rivolte di Stonewall hanno avuto luogo in strada e nelle piazze, quelle di oggi devono avvenire sui social. Questo è un bene o un male? Rispecchia una degenerazione morale o una nuova dimensione comunitaria? Non lo so e non sta a me dirlo, ma il dato di fatto è questo: la tv e, in misura molto maggiore, i social ci permettono di raggiungere milioni di persone, di comunicare con tantissima gente che viene da tutto il mondo.
Visibilità significa permettere a persone che del mondo lgbt non sanno nulla di conoscere la nostra realtà, di conoscerla tramite le nostre parole invece che per sentito dire, per pregiudizi e per stereotipi. Certo, come parliamo noi, parlano anche Adinolfi e compari, ma non possiamo farci proprio nulla: l’informazione digitale è selvaggia e di sicuro chi non vuole informarsi troverà sempre il modo di non farlo. Tutti leggiamo e vediamo solo quel che vogliamo leggere e vedere, anche col mezzo d’informazione più potente del mondo. Ma almeno, grazie soprattutto a Internet, chi vuole adesso può conoscere l’altra faccia della medaglia. E quella per la visibilità positiva è la battaglia che stiamo combattendo.

Riguardo alla tv, il discorso è un po’ diverso e mi lascia qualche perplessità. Infatti non è il mondo a cui appartengo. Io ho 24 anni e la televisione non la guardo quasi mai, escluso qualche film, anche se preferisco lo streaming. Neanche i telegiornali mi entusiasmano troppo, quando posso consultare direttamente le agenzie di stampa in tempo reale e confrontare più fonti tramite il web.

Perché questa lunga premessa? Per parlare del modo in cui il mondo lgbt è rappresentato in tv. Ed è importante, molto, se pensiamo che la popolazione italiana è vecchia e va invecchiando e che quindi la stragrande maggioranza degli italiani ha ancora molta più confidenza con la tv che con Internet. I miei genitori non sanno neanche accendere il pc, la maggior parte dei loro coetanei magari sta su facebook, ma niente di più. Tante persone non sanno l’inglese e sono costrette quindi a limitarsi ai siti e alle pagine fb in lingua italiana, il che credo faccia una grande differenza. E allora, mentre la grande rivoluzione arcobaleno attraversa tutto il mondo occidentale e l’Italia sta in panchina a guardare facendo una fatica immensa per approvare una legge piccola piccola, la domanda è: queste persone come percepiscono tutto questo?
Cosa ci hanno capito, i nostri genitori, i nostri nonni, del mondo lgbt? Quanto è cambiato il loro punto di vista rispetto a vent’anni fa e in che modo?

Negli ultimi tempi la tv si è “riempita” di riferimenti all’omosessualità. Ma in che modo? Ricordiamo tutti il livello imbarazzante dei dibattiti sulla Cirinnà (tanto per dire, la lettura del Levitico in parlamento) e dei talk show annessi. La maggior parte dei giornalisti o personaggi pubblici che ha parlato nei mesi scorsi non conosceva la distinzione fra “outing” e “coming out” e parlava di omosessualità come se ne sarebbe potuto parlare negli anni cinquanta (mancava solo che ci chiamassero “invertiti”). E ve la ricordate Conchita Wurst a Sanremo e tutto l’imbarazzo che ha circondato la sua esibizione? In altre parole, è vero che di omosessualità in tv si parla anche da noi, molto più di prima, ma non sono certa che la visibilità sia di tipo positivo e costruttivo. Proprio perché, più che gay, lesbiche, bisex e trans, a parlarne sono degli etero (magari cattolici) che non ne sanno proprio nulla di orientamento sessuale e identità di genere, ma che in compenso hanno dalla loro parte una lunga esperienza nella comunicazione, che invece alla comunità lgbt+ sembra mancare.

Una speranza forse viene dalla presenza sempre più frequente di personaggi omosessuali nei film e nelle serie tv, dove mi auguro che il tema sia trattato con un po’ più di naturalezza e sensibilità, ma non posso esserne certa perché appunto non ho molta esperienza in materia. Sarei contenta di conoscere il vostro parere a riguardo.

Vulcanica

Io voglio solo essere me stessa!

“I tuoi lo sanno che sei gay?”

“Sì, gliel’ho detto subito. Non sarei mai riuscita a nasconderlo…”

“E come l’hanno presa?”

“Eh, poteva andare peggio. Certo, non è che fossero contenti…ma si sono rassegnati, diciamo. Per qualche mese però me la son vista brutta…”

“Ti capisco, sai? I miei non hanno mai accettato il fatto che stia con un ragazzo marocchino. Non è quello che volevano per me.”

Oppure:

“Ti capisco, sai? I miei non hanno mai accettato il fatto che abbia scelto di trasferirmi a Francoforte. Volevano che restassi vicina a casa.”

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Oppure:

“Ti capisco, sai? I miei non hanno mai accettato il fatto che io non voglia avere bambini. Per loro una donna che non ha figli non è davvero una donna…”

Oppure:

“Ti capisco, sai? I miei non hanno mai accettato che…”

Che faccia l’estetista invece che l’ingegnere. Che suoni la batteria invece che il piano. Che preghi Allah invece che Dio. Che…devo continuare? Ne ho sentite tante di risposte così.

Avete presente quelle frasi che si dicono sempre sugli animali domestici? “Non comprate ai bambini un cucciolo per soddisfare un capriccio, sono esseri viventi, non giocattoli…”

Ecco. Vorrei che si iniziasse a dirlo anche per i figli. Un figlio non è un giocattolo, non lo è da piccolo e non lo è nemmeno quando cresce. Se vuoi fare figli soltanto per giocare con loro come con delle barbie, con dei burattini, allora comprati un pupazzo.

Sei mio padre, sei mia madre. Hai messo al mondo una persona. Che cosa ti aspetti, che questa persona sia solo una pallida eco di te? Un riflesso vuoto? Se parliamo di “miracolo della vita”, è proprio perché è un miracolo: quello dell’autodeterminazione, della coscienza. Avermi messo al mondo non ti dà il diritto di negarmi questo! Che amore è, un amore che ha paura di me, di quel che diventerò?

Siate fieri dei vostri figli, di quel che raggiungono. Siate fieri della loro capacità di essere diversi da voi. Abbiate rispetto per i vostri figli, siate curiosi nei confronti delle cose che sanno fare, delle cose che amano fare, della vita che vogliono vivere. Non costringeteli a scegliere fra voi e i loro sogni. Altrimenti rischiate di perderli per sempre.

Vulcanica

 

 

 

…di una mamma e di un papà

“Siamo una generazione di uomini cresciuti dalle donne. Mi chiedo se un’altra donna è veramente la risposta che ci serve.”

(Tyler Durden in Fight Club)

Vabè, siamo sinceri. Quando dicono che un bambino “ha bisogno di una mamma e di un papà”, non è il pensiero di un figlio cresciuto da due donne a tenerli svegli la notte. Sì, magari i più intransigenti hanno da ridire pure su quello, ma più che altro per l’idea che quelle due donne siano lesbiche e quindi poco raccomandabili. Poco “donne.” Del resto, in una coppia che contempla due vagine e due uteri, è decisamente scarsa la necessità di affitarne un terzo. Basta una provetta con un po’ di seme – o, per i più tradizionalisti, una sveltina con un amico generoso – e il bambino è fatto (lo so che non è così facile, sto semplificando, con intento volutamente provocatorio nel caso non sia chiaro).

Ma la cosa che proprio non va giù, quella che spinge a gridare allo scandalo e farsi il segno della croce, è l’idea di un figlio cresciuto da due uomini.
Perché quello è un bambino senza mamma. E per noi italiani, che della figura della madre facciamo un vanto nazionale, questo è inconcepibile. Se ammettiamo che un bambino possa essere cresciuto da due uomini, che ne è di tutta la retorica sulla maternità? I calcetti del bimbo nella pancia, il legame immediato, profondo e indissolubile tra la donna e il figlio che tiene in braccio per la prima volta, la dolcezza dell’allattamento al seno? A un bambino senza mamma, ovvero senza una figura femminile, chi prepara la pappa, cambia i pannolini, legge la favola della buonanotte? Chi va a parlare con le maestre (donne anche loro, ovviamente), chi cuce il vestito per la recita, chi le fa le trecce se è una femminuccia?

Diciamolo una volta per tutte. Questo schifo e orrore nei confronti dell’idea di un bambino cresciuto da due uomini non ha molto a che fare con l’omofobia (quello semmai è schifo e orrore nei confronti dell’idea di un bambino cresciuto da due omosessuali, ed è il passo successivo), ma ha a che fare col maschilismo.
Ha a che fare con l’idea che fare il genitore sia una cosa da donna.

Il padre tutt’al più può servire a scarrozzare i figli adolescenti in auto, a comprar loro di nascosto i giocattoli che la mamma severa ha vietato, ad alzare la voce e dare sculacciate quando i ragazzi prendono brutti voti, a insegnare ad andare in bicicletta. Il padre è quello che ordina e punisce, che a casa non c’è perché è a lavoro e “quando torna papà le prendi”, il padre è una figura per le grandi occasioni, non di ordinaria amministrazione. Non sa veramente cosa succede in famiglia. Quelle sono dinamiche a gestione femminile, pura economia domestica. Che se ne fa un bambino di un padre quando ha bisogno di essere accudito? Possibile che questo padre sappia non solo cucinare, lavare, stirare, ricordarsi tutti gli appuntamenti dell’agenda, fare i compiti col bambino, ma che sappia anche parlare di sentimenti, consolarlo quando è giù di morale, essere dolce quando ne ha bisogno? Possibile che sappia farlo bene quanto una donna? Andiamo, su, come si fa senza la mamma?

A rifletterci un po’, inizia ad essere evidente che questo elenco che ho fatto sopra, e che non è assolutamente esaustivo, è l’elenco delle cose che ci aspettiamo da una madre, da qualunque madre, in nome del suo essere donna (e quindi per definizione sensibile e materna) e in nome del legame biologico che ha stretto con il bambino, perché per nove mesi lo ha portato in grembo e poi lo ha partorito.
Se la mamma è adottiva, pazienza, non sarà mai madre quanto quella a cui hanno effettivamente tagliato il cordone ombelicale, ma almeno è una donna e quindi biologicamente predisposta a essere affettuosa e materna.
Per le persone che la pensano così ci sono alcune novità inquietanti. Non tutte le donne sono “madri” e non tutte le “madri” sono donne.
Ci sono donne, e ve lo assicuro perché io sono una di quelle, che non sarebbero capaci di fare da mamma nemmeno a un cactus.
“Eh ma dici così perché ancora non hai figli. Con i figli tuoi è diverso.”
Non ho figli, ma ho nipotini meravigliosi a cui voglio un bene dell’anima eppure non sono mai stata capace di tenerli in braccio o di giocare con loro o di dar loro la pappa. Sono donna (ma lesbica, quindi non del tutto donna, state pensando) ma ne sono totalmente incapace. E figli non ne voglio.
“Ah, ma cambierai idea quando l’orologio biologico si metterà a ticchettare.”
A un uomo che dichiara di non volere figli non dite mai che cambierà idea. Perché il suo orologio biologico non ticchetta: sono le donne che verso i trent’anni diventano nevrotiche se non partoriscono, vero? Ma se per fare figli ci vuole anche l’uomo, allora perché questo istinto alla riproduzione dovremmo sentirlo solo noi? Tutte e sole noi donne?
Spiacente, esistono donne di trenta, quaranta, cinquanta anni che non hanno mai voluto figli, non ne hanno avuti e non se ne sono mai pentite. E ne esistono altre – molte di più, purtroppo – che i figli non li volevano, ma li hanno avuti perché hanno ceduto alle pressioni sociali, alle aspettative (“e tu quando lo fai un bambino?”, “e i nipotini quando arrivano?”, domande che vengono rivolte sempre e solo alle donne) e poi si sono rivelate pessimi genitori. Non tutte le donne sono madri.
E non tutte le “madri” sono donne.

Per avere spirito materno non è necessario avere una vagina. Anche io ho avuto il tipico padre tradizionale, che esauriva il suo compito nel contesto familiare una volta portata a casa la pagnotta. Ha avuto tre figli e li ha amati con tutto il cuore, ma non ha mai saputo dirglielo. Il suo destino era quello di essere ignorato, al massimo temuto nelle rare occasioni in cui si arrabbiava. Non sapeva nulla di noi. I nostri voti a scuola, i giorni in cui avevamo la visita dal dottore, gli orari della piscina, il nome del ragazzino che ci piaceva, il nostro colore preferito: queste erano cose per mamma. Mamma era incatenata a noi, mamma era costretta a vivere attraverso di noi, a sacrificare se stessa e le proprie aspirazioni per tener testa, essenzialmente da sola, al compito incredibilmente difficile di traghettare tre mostriciattoli dall’infanzia all’età adulta (e in fondo anche oltre). Forse a mio padre sarebbe piaciuto partecipare, ma questo non rientrava nel suo ruolo. Tutto quel che sapeva di noi era quel che la mamma gli raccontava la sera a letto, prima di addormentarsi esausta. Il nostro modello “genitoriale” – che è culturale, non biologico! – è talmente sbilanciato verso la figura materna che diventa automaticamente impensabile pensare a una famiglia senza la Mamma. Quella che si occupa della casa, dei figli, praticamente di tutto.

La capacità di fare la madre non ti arriva a dodici anni insieme alle mestruazioni, ve lo garantisco. Lo impari facendolo, lo impari perché ti viene tramandato di generazione in generazione, e soprattutto lo impari perché fin da quando nasci ti senti ripetere che sei fatta per fare la mamma, sei fatta per occparti dei figli, che i maschi, poverini, anche se sono più intelligenti di te non sono proprio in grado di mettere su l’acqua per la pasta, quindi devi prenderti cura tu anche di loro. Te lo ripetono fino alla nausea, e ai ragazzi ripetono di pensare al calcio e alle moto, di non “farsi incastrare” da una donna, di stare attenti a non innamorarsi. Stereotipi, solo un enorme mucchio di inutili, ridicoli stereotipi.

Un uomo non è geneticamente incapace di accudire un figlio. Là dove l’istinto materno è stato ingigantito, esasperato, trasformato in un dogma a cui nessuna può sottrarsi e identificato come l’unico e più nobile compito che la donna deve proporsi di esaudire, quello paterno è stato minimizzato, ignorato, trascurato, perché l’uomo è stato educato a seppellire la parte più emotiva e intima di sé. Secoli e secoli di maschilismo ci hanno fatto questo.

Pensate a cosa significhi davvero fare il genitore. Pensate alle madri e ai padri che per i loro figli hanno sacrificato ogni cosa, a quelli che hanno lasciato il loro paese nella speranza che almeno il bambino arrivasse dall’altra parte del mare, a quelli che hanno venduto la loro dignità, i loro sogni, la loro stessa vita in cambio di un pezzo di pane per i loro figli, o in cambio di una promessa di libertà, che a volte è ancora più importante del pane. Pensate ai loro sacrifici, voi che ve ne state al caldo a pontificare su cosa è “per il bene dei bambini”, e vergognatevi.
Se credete davvero che tutto quel che una persona può dare a un figlio dipenda dal genere cui appartiene, se davvero pensate che un essere umano non sarebbe disposto, per il bene di suo figlio, a fare di tutto, fregandosene di quel che è “da uomo” e quel che è “da donna”, allora forse siete voi che non dovreste avere figli.