We are proud!

Da quando il mondo si è accorto che esistono le persone lgbt, è pieno di gente che parla di noi.
C’è gente che fonda la sua campagna elettorale su di noi, gente che manifesta contro di noi, gente che in classe o al lavoro o a casa o in treno si mette a parlare di noi. Siamo contronatura o no? Dovremmo essere tollerati o no? I bambini, siamo capaci di crescerli o no? E il modo in cui scopiamo, in cui viviamo, in cui lavoriamo, il modo in cui ci vestiamo, il modo in cui parliamo, le trasmissioni tv che guardiamo. Se siamo nati così o ci siamo diventati frequentando le compagnie sbagliate, se il buon dio ci ha fatti così per mettere alla prova i nostri genitori o per far loro scontare certe vecchie colpe, se dovremmo essere aiutati a guarire o soltanto a vivere sopportando questa croce.

Queste persone che parlano di noi non sanno niente di noi.
Non hanno mai sentito il suono dei singhiozzi di tua madre che piange perché sua figlia esce con una ragazza.
Non sanno com’è quando hai bisogno di tastare il terreno ogni volta che parli della tua vita con qualcuno.
Non conoscono quella determinazione disperata che ti prende dentro, quando ti rendi conto che forse dovrai scegliere tra la tua famiglia e la persona con cui vuoi stare. E prima ancora, la persona che sei.
Loro non sono mai stati svegli nel letto, a parlare col soffitto, chiedendosi: come andrà a finire? Potremo vivere insieme? Potremo avere una famiglia? Dovremo scappare via?
Non hanno mai avuto paura, presentandosi all’hotel per una vacanza insieme, che la signora alla receptionist facesse storie per la camera matrimoniale, e non hanno mai dovuto inventarsi un compleanno per spiegare un mazzo di fiori, o guardarsi intorno prima di stringere la mano a qualcuno, per controllare che nessuno stesse osservando.
Non conoscono la sensazione di quando uno sguardo, una risatina, un commento sussurrato ti risvegliano da quel piccolo, innocente spicchio di felicità che stai vivendo e ti ricordano che per te niente è gratuito.
Tutto va pagato. Ogni bacio, ogni parola d’amore, ogni desiderio.

Le persone che parlano di noi non sanno come sia essere noi, e non ce lo chiedono.
Non vogliono saperlo.
Non hanno voglia di sentir parlare di quel che passa un ragazzino gay a scuola. Di quel che trova, quando dopo la scuola torna a casa. Della paura che lo accompagna tutti i giorni.
Non hanno voglia di domandarsi cosa si prova davvero quando quello su cui tutti raccontano barzellette “innocenti” sei TU.
Non interessa, a loro, scoprire quanto coraggio e quanta forza ci vuole per andare avanti senza vergognarsi di ciò che sei, senza cedere alla tentazione di nasconderlo.
Non sanno e non vogliono sapere com’è avere paura per la persona che ami, paura per te stesso. Paura che la sua famiglia le proibisca di vederti. Paura che il suo datore di lavoro lo scopra e la licenzi. Paura che qualcuno la insulti, la spaventi, la picchi, la faccia star male.

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Sì che ho paura.
E questo tipo di paura ti scava dentro un po’ ogni giorno, ti rende triste, duro, cattivo. Ti toglie ogni fiducia verso il prossimo. Erode ogni speranza che hai per il futuro.
Perché sai che, anche se dovessi campare cent’anni, non farai in tempo a veder sorgere il giorno in cui questa paura farà parte del passato. Puoi metterti al riparo. Puoi circondarti di persone che capiscano, puoi fuggire dai pregiudizi e dalla cattiveria, puoi trovare un posto sicuro e starci bene, ed essere felice. Puoi anche essere la persona più felice del mondo, ma saprai sempre che là fuori quella cosa c’è ancora.
Se sbagli strada, se parli con la persona sbagliata, se leggi il giornale sbagliato, se visiti il paese sbagliato, quella cosa comparirà di nuovo, e ti farà ancora paura.
Ognuno di noi l’ha vissuto, per questo siamo orgogliosi. Per questo portiamo in strada le bandiere arcobaleno, parliamo e ci raccontiamo e ci sosteniamo a vicenda e combattiamo e festeggiamo ogni volta che c’è qualcosa da festeggiare, difendiamo i nostri figli e spieghiamo quello che siamo e cerchiamo il dialogo e non ci arrendiamo, no, non ci arrendiamo mai.
Perché non possiamo dimenticarcela neanche per un istante, quella paura che abbiamo provato tutti almeno una volta. E neanche per un istante smettiamo di pensare che in questo preciso momento, da qualche parte, qualcuno sta piangendo.
Qualcuno sta pensando di farla finita.
Qualcuno si sente completamente solo al mondo.

Noi siamo qui.
Noi siamo quelli sbagliati, quelli diversi, quelli da cui stare alla larga.
Siamo noi, quelli che non vogliono più stare negli armadi e che pretendono diritti e leggi e sicurezza e dignità.
Siamo qui, con le nostre storie, le nostre emozioni e tutta la nostra paura.
Siamo qui con le nostre voci e non staremo zitti, mai più.

Vulcanica

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Dell’arte di scegliersi gli amici

Ok, respirone: questo è un post polemico. Qualcuno potrebbe rimanerci male. E no, stavolta non saranno i cattolici, tanto per cambiare!
Però se non dicessi quel che penso, anche quando può offendere qualcuno, il blog non servirebbe a nulla. E magari questa volta mi sbaglio, perciò spero che qualche lettore avrà la pazienza di illuminarmi e di farmi capire questo fenomeno.

Dopo la premessa conciliante, il tema è questo: avete presente quanto ci incazziamo quando gli omofobi iniziano le loro tiritere con il proverbiale “Ho tanti amici gay, ma…”? Ecco. La mia domanda di oggi è al contrario: com’è che noi abbiamo tanti amici omofobi?
E parlo di amici, sia chiaro.
La famiglia non te la scegli, i colleghi di lavoro o compagni di scuola nemmeno. Ma gli amici sì.

Perciò quando sento persone che mi dicono: “Ho la bacheca di facebook piena di questa roba sul gender”, mi viene da chiedere: e com’è che tra i tuoi contatti facebook è pieno di bigotti ignoranti?
Quando sento persone che mi dicono: “Non ho detto ai miei amici che sono gay perché ho paura che la prendano male”, mi viene da chiedere: e com’è che hai degli amici di merda? E ti fai anche scrupoli all’idea di rischiare di perderli?

Ora, anche se quando scrivo sul blog e sulla pagina cerco sempre di essere positiva, incoraggiante e simpatica (non so quanto ci riesca), io nella vita ho un pessimo carattere. Ho molti più ex amici che amici e per una ragione molto semplice: taglio i ponti. Pure troppo. Non sono il tipo di persona che passa sopra a tutto in nome di un’amicizia storica o del quieto vivere. Non dico che sia giusto ciò che faccio, ma sono fatta così. Quindi mi riesce particolarmente difficile capire che senso abbia continuare a tener vivi dei rapporti con persone che sono così grette e ignoranti da discriminare qualcuno in base al suo orientamento sessuale. Se a essere omofobi sono tuo padre, tua madre, il tuo datore di lavoro, lo capisco che sia molto difficile, perché quella non è gente con cui puoi chiudere da un giorno all’altro.
Ma gli amici? Le persone che tu stesso scegli di frequentare?
Tanti mi rispondono: “Ma no, non sono amici, è che sono conoscenti quindi abbiamo l’amicizia su facebook.”
Bene, toglietela. E se vi va, o se vi fanno domande, spiegate pure perché. Non dico di essere maleducati, basta spiegare: “Le tue opinioni mi infastidiscono e mi feriscono”.
“Eh ma non sta bene.”
Ah non sta bene? Loro ci insultano, ci disprezzano, e non sta bene se noi proviamo a reagire?
Ma come pensiamo di cambiarlo il mondo, se abbiamo paura di fare un dispetto a qualcuno, se non altro allo scopo di aiutarlo ad aprire gli occhi?
Non siamo NOI che dobbiamo essere timidi. Se uno è fascista, se è ignorante, se è un cretino che non sa distinguere una buona fonte da un sito spazzatura, se è un omofobo è LUI che si deve vergognare, e NOI abbiamo la libertà e anche il dovere di farlo vergognare. Altrimenti, con questa scusa delle buone maniere, va a finire che dobbiamo anche ringraziare chi ci pesta sugli autobus, chi ci caccia dai ristoranti, chi manifesta contro i nostri diritti.
Lo ripeterò finché avrò fiato: LORO HANNO TORTO. E secondo me stare zitti, fare buon viso a cattivo gioco significa dargli quasi ragione, concedere loro una licenza che li autorizza a continuare a pensarla così e a propagandare le loro idee.
Non è vero che tutte le opinioni vanno rispettate, non quelle che ledono la dignità di altri esseri umani. E avere almeno il coraggio di farlo presente alle persone che conosciamo mi pare un buon inizio.
Che poi, chissà, magari qualcuno di loro il dubbio se lo pone. Magari si informa, o ci fa delle domande, e va a finire che cambia idea. Perché per cambiare il mondo bisogna far cambiare idea alle persone, una alla volta, e per farlo bisogna incontrarsi, certe volte scontrarsi.
E in ultima analisi, se non altro, togliere il saluto a certa gente è davvero una bella soddisfazione.

Vulcanica

…di una mamma e di un papà

“Siamo una generazione di uomini cresciuti dalle donne. Mi chiedo se un’altra donna è veramente la risposta che ci serve.”

(Tyler Durden in Fight Club)

Vabè, siamo sinceri. Quando dicono che un bambino “ha bisogno di una mamma e di un papà”, non è il pensiero di un figlio cresciuto da due donne a tenerli svegli la notte. Sì, magari i più intransigenti hanno da ridire pure su quello, ma più che altro per l’idea che quelle due donne siano lesbiche e quindi poco raccomandabili. Poco “donne.” Del resto, in una coppia che contempla due vagine e due uteri, è decisamente scarsa la necessità di affitarne un terzo. Basta una provetta con un po’ di seme – o, per i più tradizionalisti, una sveltina con un amico generoso – e il bambino è fatto (lo so che non è così facile, sto semplificando, con intento volutamente provocatorio nel caso non sia chiaro).

Ma la cosa che proprio non va giù, quella che spinge a gridare allo scandalo e farsi il segno della croce, è l’idea di un figlio cresciuto da due uomini.
Perché quello è un bambino senza mamma. E per noi italiani, che della figura della madre facciamo un vanto nazionale, questo è inconcepibile. Se ammettiamo che un bambino possa essere cresciuto da due uomini, che ne è di tutta la retorica sulla maternità? I calcetti del bimbo nella pancia, il legame immediato, profondo e indissolubile tra la donna e il figlio che tiene in braccio per la prima volta, la dolcezza dell’allattamento al seno? A un bambino senza mamma, ovvero senza una figura femminile, chi prepara la pappa, cambia i pannolini, legge la favola della buonanotte? Chi va a parlare con le maestre (donne anche loro, ovviamente), chi cuce il vestito per la recita, chi le fa le trecce se è una femminuccia?

Diciamolo una volta per tutte. Questo schifo e orrore nei confronti dell’idea di un bambino cresciuto da due uomini non ha molto a che fare con l’omofobia (quello semmai è schifo e orrore nei confronti dell’idea di un bambino cresciuto da due omosessuali, ed è il passo successivo), ma ha a che fare col maschilismo.
Ha a che fare con l’idea che fare il genitore sia una cosa da donna.

Il padre tutt’al più può servire a scarrozzare i figli adolescenti in auto, a comprar loro di nascosto i giocattoli che la mamma severa ha vietato, ad alzare la voce e dare sculacciate quando i ragazzi prendono brutti voti, a insegnare ad andare in bicicletta. Il padre è quello che ordina e punisce, che a casa non c’è perché è a lavoro e “quando torna papà le prendi”, il padre è una figura per le grandi occasioni, non di ordinaria amministrazione. Non sa veramente cosa succede in famiglia. Quelle sono dinamiche a gestione femminile, pura economia domestica. Che se ne fa un bambino di un padre quando ha bisogno di essere accudito? Possibile che questo padre sappia non solo cucinare, lavare, stirare, ricordarsi tutti gli appuntamenti dell’agenda, fare i compiti col bambino, ma che sappia anche parlare di sentimenti, consolarlo quando è giù di morale, essere dolce quando ne ha bisogno? Possibile che sappia farlo bene quanto una donna? Andiamo, su, come si fa senza la mamma?

A rifletterci un po’, inizia ad essere evidente che questo elenco che ho fatto sopra, e che non è assolutamente esaustivo, è l’elenco delle cose che ci aspettiamo da una madre, da qualunque madre, in nome del suo essere donna (e quindi per definizione sensibile e materna) e in nome del legame biologico che ha stretto con il bambino, perché per nove mesi lo ha portato in grembo e poi lo ha partorito.
Se la mamma è adottiva, pazienza, non sarà mai madre quanto quella a cui hanno effettivamente tagliato il cordone ombelicale, ma almeno è una donna e quindi biologicamente predisposta a essere affettuosa e materna.
Per le persone che la pensano così ci sono alcune novità inquietanti. Non tutte le donne sono “madri” e non tutte le “madri” sono donne.
Ci sono donne, e ve lo assicuro perché io sono una di quelle, che non sarebbero capaci di fare da mamma nemmeno a un cactus.
“Eh ma dici così perché ancora non hai figli. Con i figli tuoi è diverso.”
Non ho figli, ma ho nipotini meravigliosi a cui voglio un bene dell’anima eppure non sono mai stata capace di tenerli in braccio o di giocare con loro o di dar loro la pappa. Sono donna (ma lesbica, quindi non del tutto donna, state pensando) ma ne sono totalmente incapace. E figli non ne voglio.
“Ah, ma cambierai idea quando l’orologio biologico si metterà a ticchettare.”
A un uomo che dichiara di non volere figli non dite mai che cambierà idea. Perché il suo orologio biologico non ticchetta: sono le donne che verso i trent’anni diventano nevrotiche se non partoriscono, vero? Ma se per fare figli ci vuole anche l’uomo, allora perché questo istinto alla riproduzione dovremmo sentirlo solo noi? Tutte e sole noi donne?
Spiacente, esistono donne di trenta, quaranta, cinquanta anni che non hanno mai voluto figli, non ne hanno avuti e non se ne sono mai pentite. E ne esistono altre – molte di più, purtroppo – che i figli non li volevano, ma li hanno avuti perché hanno ceduto alle pressioni sociali, alle aspettative (“e tu quando lo fai un bambino?”, “e i nipotini quando arrivano?”, domande che vengono rivolte sempre e solo alle donne) e poi si sono rivelate pessimi genitori. Non tutte le donne sono madri.
E non tutte le “madri” sono donne.

Per avere spirito materno non è necessario avere una vagina. Anche io ho avuto il tipico padre tradizionale, che esauriva il suo compito nel contesto familiare una volta portata a casa la pagnotta. Ha avuto tre figli e li ha amati con tutto il cuore, ma non ha mai saputo dirglielo. Il suo destino era quello di essere ignorato, al massimo temuto nelle rare occasioni in cui si arrabbiava. Non sapeva nulla di noi. I nostri voti a scuola, i giorni in cui avevamo la visita dal dottore, gli orari della piscina, il nome del ragazzino che ci piaceva, il nostro colore preferito: queste erano cose per mamma. Mamma era incatenata a noi, mamma era costretta a vivere attraverso di noi, a sacrificare se stessa e le proprie aspirazioni per tener testa, essenzialmente da sola, al compito incredibilmente difficile di traghettare tre mostriciattoli dall’infanzia all’età adulta (e in fondo anche oltre). Forse a mio padre sarebbe piaciuto partecipare, ma questo non rientrava nel suo ruolo. Tutto quel che sapeva di noi era quel che la mamma gli raccontava la sera a letto, prima di addormentarsi esausta. Il nostro modello “genitoriale” – che è culturale, non biologico! – è talmente sbilanciato verso la figura materna che diventa automaticamente impensabile pensare a una famiglia senza la Mamma. Quella che si occupa della casa, dei figli, praticamente di tutto.

La capacità di fare la madre non ti arriva a dodici anni insieme alle mestruazioni, ve lo garantisco. Lo impari facendolo, lo impari perché ti viene tramandato di generazione in generazione, e soprattutto lo impari perché fin da quando nasci ti senti ripetere che sei fatta per fare la mamma, sei fatta per occparti dei figli, che i maschi, poverini, anche se sono più intelligenti di te non sono proprio in grado di mettere su l’acqua per la pasta, quindi devi prenderti cura tu anche di loro. Te lo ripetono fino alla nausea, e ai ragazzi ripetono di pensare al calcio e alle moto, di non “farsi incastrare” da una donna, di stare attenti a non innamorarsi. Stereotipi, solo un enorme mucchio di inutili, ridicoli stereotipi.

Un uomo non è geneticamente incapace di accudire un figlio. Là dove l’istinto materno è stato ingigantito, esasperato, trasformato in un dogma a cui nessuna può sottrarsi e identificato come l’unico e più nobile compito che la donna deve proporsi di esaudire, quello paterno è stato minimizzato, ignorato, trascurato, perché l’uomo è stato educato a seppellire la parte più emotiva e intima di sé. Secoli e secoli di maschilismo ci hanno fatto questo.

Pensate a cosa significhi davvero fare il genitore. Pensate alle madri e ai padri che per i loro figli hanno sacrificato ogni cosa, a quelli che hanno lasciato il loro paese nella speranza che almeno il bambino arrivasse dall’altra parte del mare, a quelli che hanno venduto la loro dignità, i loro sogni, la loro stessa vita in cambio di un pezzo di pane per i loro figli, o in cambio di una promessa di libertà, che a volte è ancora più importante del pane. Pensate ai loro sacrifici, voi che ve ne state al caldo a pontificare su cosa è “per il bene dei bambini”, e vergognatevi.
Se credete davvero che tutto quel che una persona può dare a un figlio dipenda dal genere cui appartiene, se davvero pensate che un essere umano non sarebbe disposto, per il bene di suo figlio, a fare di tutto, fregandosene di quel che è “da uomo” e quel che è “da donna”, allora forse siete voi che non dovreste avere figli.

San Valentino

tenerti per mano e ridere fino alle lacrime,
correre sotto la pioggia gelida, nasconderci in macchina,
i tuoi capelli che mi fanno solletico sulle guance,
la fila alla cassa in libreria, comprare l’acqua al supermercato,
la lista dei film belli che non guarderemo mai,
le canzoni che mi fanno pensare a te, il caffè a notte fonda
e non riuscire a prender sonno finché tu non torni a casa.

 
amare ogni cosa che ami e chiederti scusa per le stupidaggini,
non essere mai d’accordo ma non litigare mai,
cantare a squarciagola, regalarci cioccolata e stare bene, stare bene,
come il giorno di natale, come a cena con gli amici, come il mare,
che mi manchi tutti i giorni, pure quando sei con me, ma non ci credi.

 

 
e pensare che c’è gente
che una cosa così immensa
la vorrebbe soffocare nel silenzio.

 

Vulcanica

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PS: Sì, lo so, è sdolcinato. Perdonatemi, specie quelli di voi che sono single e detestano i baci perugina e gli orsetti e il mese di febbraio.

Ma in questi giorni non fanno altro che rovesciarci addosso la merda peggiore, in tv, sui giornali, sui social, ovunque, e ho pensato che fosse giusto ricordarci anche che in fondo, pure senza diritti, pure discriminati, umiliati e insultati, siamo esseri umani. A volte esseri umani fortunati, a volte esseri umani felici.

#SvegliaItalia

Ringrazio tutti gli amici che hanno partecipato alla manifestazione per i diritti civili di sabato scorso, in cento piazze d’Italia, e in particolare quelli che si sono ricordati di noi e ci hanno inviato le loro foto.

Non mi interessa star qui a discutere sui numeri: un milione, mezzo milione, due milioni, poco importa. Anche se fossimo stati in cinque, saremmo state cinque persone coraggiose e dalla parte giusta della storia. E anche se al Family Day fossero dieci milioni, cento milioni, questo non mi smuoverebbe di un millimetro dal credere che si tratterebbe di dieci, cento milioni di cretini.

Ma una cosa è sicura: vedere decine e decine di piazze accendersi d’arcobaleno, vedere tante persone unite per una battaglia così bella, mi ha fatto sperare bene. Mi ha fatto sperare che forse il concetto di minoranza sia finalmente superato, che si inizi a capire che i diritti di uno sono i diritti di tutti e che una sola persona discriminata è una crepa in una società di cristallo, che può ridursi in pezzi in un attimo, se non si basa saldamente sull’ugaglianza e sul rispetto prima che su qualsiasi dogma morale o religioso.

Ringrazio Dio (per chi non lo sapesse, non quello nell’alto dei cieli, ma più prosaicamente la geniale co-amministratrice della nostra pagina facebook https://www.facebook.com/nessunarmadio/) per aver montato insieme queste immagini in un bellissimo collage, che ho scelto di usare come immagine della home page del blog perché non siamo più soltanto un pallido riflesso arcobaleno, ma siamo ormai carne, menti e cuori, siamo corteo e canto, siamo una forza della natura. Tutti insieme.

 

Vulcanica

Non mi arrendo

Sono ancora viva.
Me ne sono accorta stamattina.

Per un po’ ho avuto paura di non esserlo più. Perché durante le vacanze di Natale, a casa dei miei (che hanno la tv) sentivo al tg parlare di unioni civili e non chiedevo agli altri di stare zitti per poter ascoltare meglio. Anzi, voltavo la testa.
E in queste settimane, vedendo tutte le piazze d’Italia organizzarsi per la grande manifestazione del 23, non ho avuto voglia di partecipare.
Ho pensato, è finita. Ho pensato che non me ne importa più niente dello schifo che ho intorno.
Ho pensato che se la gente di questo paese è contenta di avere il family day, l’obiezione di coscienza, il sessismo da quattro soldi, i crocifissi e i presepi nelle scuole, allora così sia. Se tutto questo non fa incazzare, indignare, infiammare la popolazione, allora evidentemente è questo che vogliono. E io mi rassegno. Alla peggio, faccio i bagagli e me ne vado.

Non mi rassegno invece.
Me ne sono accorta stamattina, quando mi sono ritrovata a camminare su e giù per la mia stanza a denti stretti pensando: “Che cosa posso fare? Che cosa posso fare?”
Che cosa posso fare per cambiare le cose?
Perché io non sono più intelligente degli altri. Non sono migliore degli altri. Sono circondata da persone che la pensano come me, persone a cui non importa nulla se sto con un uomo o una donna, persone che non si sognerebbero di mettere in discussione la libertà di scelta della donna sul proprio corpo o di dire che se una viene stuprata “se l’è cercata”, persone che a sentire delle sentinelle che organizzano ronde di preghiera per bloccare una legge si fanno solo una risata.
Ed è questo il problema, non dobbiamo ridere, dobbiamo incazzarci. Non dobbiamo ignorarli. Non sono quattro gatti, sono quelli che hanno in mano il nostro paese.
Mentre noi ridiamo e li sfottiamo per la loro ignoranza e grettezza, loro intanto fanno e gestiscono le leggi. Loro intanto plasmano la società, e la nostra società al momento fa schifo.
Questo paese è pieno di gente in gamba. Però le persone in gamba o se ne vanno o si rassegnano o si limitano a farsi i fatti propri, cercando di ritagliarsi uno spazietto privato in cui respirare e dimenticare quel che accade al di fuori. Noi non offriamo un’alternativa. Un’alternativa laica, civile, seria da prendere in considerazione, e così la massa degli indifferenti, degli incerti, di quelli che pensano poco, finisce per farsi guidare da chi urla più forte. Che sono loro, sempre loro, gli stessi che bruciavano i libri in piazza non troppo tempo fa.

Ecco, io ancora non lo so che cosa posso fare. Probabilmente niente.
Ma sono ancora viva e continuerò a pensarci e ripensarci, a tentare di parlare, di cercare un modo per dare il mio contributo. Facciamolo tutti quanti, tutti insieme. Riprendiamoci il nostro paese, facciamoli tremare, facciamo capire loro che siamo stufi di tacere di fronte alle loro stronzate. Combattiamo!

Vulcanica

Amarezza

L’altra sera ero a una cena con un gruppo di amiche. Non ci vedevamo da un bel po’, è stato bello incontrarsi di nuovo tutte quante.

Abbiamo mangiato, chiacchierato, è stato divertente.

A un certo punto, mentre eravamo sedute a tavola per cena, mi sono guardata intorno. Eravamo quasi tutte coppie.

Alcune nate da pochi mesi, altre che durano da anni.

Persone che convivono e persone che ogni week end si fanno centinaia di chilometri in auto o in treno per poter stare qualche ora con la persona che amano.

Persone che per la legge non sono nessuno.

Non siamo come gli altri. Noi a volte per strada attiriamo gli sguardi, le risatine. Alcune di noi hanno paura a prendersi per mano, si vede. Si guardano, vorrebbero darsi un bacio ma non osano.

Siamo in pubblico.

Di solito io sono positiva, mi piace pensare che le cose cambiano, che dobbiamo essere pazienti. Ci vuole tanto tempo. E certe cose no, non cambieranno mai, ma noi possiamo essere felici lo stesso.

Però certe volte l’amarezza mi sommerge, mi travolge.

Penso all’ennesimo rinvio della legge sulle unioni civili, sono anni ormai che aspettiamo l’approvazione.

Penso alle persone che vogliono curarci, a quelli che protestano che noi corrompiamo i loro bambini.

E mi viene da piangere, davvero.

Una di noi parla di una coppia di amiche che ha deciso di sposarsi. Confetti, vestito bianco, ricevimento, tutto in grande stile.

All’estero, naturale. Qui da noi non si può.

Da noi c’è il registro delle unioni civili, dice qualcuno.

Sì, è vero, risponde un’altra. Ma non è un matrimonio.

No, è un registro, una roba simbolica. Un modo per dire che…che ci sei, insomma.

Lasciamo stare, cambiamo discorso. Nessuna di noi ha voglia di rovinarsi la serata pensando a queste cose.

E io credo che il cuore si stringa un po’ a tutte.

Vulcanica