Sono davvero solo gli altri a essere irrazionali?

Sapete cos’è un bias cognitivo?

No, non avete sbagliato link, siamo su Nessun Armadio. Di solito parliamo di omosessualità e dintorni. Ma oggi no, o non solo: ho voglia di scrivere qualcosa su un argomento che aiuterà tutti noi a capire meglio che cosa succede quando raccogliamo informazioni o dialoghiamo con altre persone, e a comportarci di conseguenza.
Utile nella vita di chiunque, ancor più nella vita di chi si occupa di questioni lgbt+.

Ma procediamo con ordine e spieghiamo innanzitutto cos’è un bias cognitivo e perché dovrebbe interessarci. Anticipo che queste cose io non le ho studiate, vi riporto le informazioni che ho trovato in giro nel modo più accurato possibile, ma se tra chi mi legge c’è qualcuno che ha competenze specifiche in psicologia o scienze cognitive e ha voglia di correggermi o migliorare ciò che dico ne son solo contenta.
In poche parole, un bias cognitivo è una sorta di “pregiudizio”, un comportamento istintivo che mettiamo in atto quando abbiamo a che fare con informazioni nuove. Per esempio, quando ascoltiamo o leggiamo le notizie, ci viene naturale considerare più attendibili quelle che confermano i punti di vista piuttosto che quelle che li mettono in discussione. Ma non solo: sono tanti i comportamenti più o meno inconsapevoli che rendono il nostro giudizio meno “obiettivo” e razionale di quel che vorremmo, per esempio, tendiamo a valutare le nostre esperienze come statisticamente più significative rispetto a quelle altrui; a credere più facilmente a quello in cui vogliamo credere (perché supporta la nostra visione del mondo o perché lo troviamo rassicurante); a essere eccessivamente fiduciosi oppure eccessivamente sospettosi nei confronti delle novità, senza una base ragionevole; a ignorare alcune informazioni e a concentrarci su altri in base all’emotività.

Alcuni esempi? L’effetto placebo è un caso famoso e ben documentato. Se mi metto a vendere bottigliette d’acqua fresca spacciandola per una pozione contro il mal di testa, molte persone la berranno e sentiranno davvero il proprio mal di testa alleviarsi, in un fenomeno di autosuggestione. O ancora, la stessa azione positiva compiuta da una persona che appartiene al nostro stesso “clan” (sia questo definito dall’appartenenza politica, religiosa, nazionale o così via) ci sembra più importante e meritevole di quanto ci sembrerebbe se fosse compiuta da una persona di un “clan” avversario (qualcuno, in pratica, che la pensa diversamente da noi) e lo stesso con le azioni negative. La stessa cosa accade quando siamo terrorizzati dall’eventualità di morire in un incidente aereo o attaccati da uno squalo, ma prendiamo l’auto ogni giorno senza alcuna difficoltà (pur sapendo, razionalmente, che la probabilità di rimanere coinvolti in un incidente automobilistico è molto maggiore delle altre due). Ancora un esempio: avete presente quando notate una particolare coincidenza, per esempio la presenza ricorrente di un certo numero o colore per un po’ di giorni, e dopo esservene accorti iniziate a trovarlo ovunque? Così, se avete un ritardo nel ciclo vi pare che improvvisamente le strade siano piene di donne col pancione, se vi siete appena messi gli occhiali scoprite di essere circondati da miopi e così via.

So cosa state pensando: “Nah, a me non succede”. Sì che succede, ve lo assicuro: succede a me, a voi, a tutti. Sicuramente alcune persone sono più suggestionabili o ingenue di altre, ma nessuno di noi può pensare di essere immune a questi vizi, perché fanno parte del modo in cui conosciamo il mondo e interagiamo con esso.
Tutto questo non dipende dal fatto che siamo superstiziosi, stupidi o male informati, ma è una specie di “trucchetto” che la mente ci gioca. Perché? La risposta è la solita: si tratta di una strategia di sopravvivenza che si è dimostrata evolutivamente vincente. La nostra mente si affanna a cercare un senso o uno schema anche dove non c’è e cerca di risparmiare energie spingendoci a difendere le nostre idee, così come la nostra appartenenza a una “tribù” di persone che la pensano allo stesso modo, piuttosto che indurci a mettere in discussione quello in cui crediamo, rischiando così di perdere l’appoggio di chi ci sta intorno.
Ciò che ho detto fin qui, come già ribadito all’inizio del post, è la sintesi di quel che ho trovato in giro per il web interessandomi a questa tematica. Non mi piace parlare di cose che non conosco e fare l'”esperta” in campi che non mi competono, quindi questo post non ha l’obiettivo di fornire un resoconto esaustivo ma solo quello di suscitare in voi un po’ di curiosità sul tema. Non prendete per oro colato quel che dico ma, se vi interessa, fate le vostre ricerche e se trovate qualcosa che non va per favore fatemelo notare, sarò contenta di correggermi.

Ora veniamo al punto: perché parlo di bias cognitivi su un blog che si occupa di orientamento sessuale?
Perché nel mondo in cui viviamo certi argomenti sono spesso oggetto di discussioni più o meno accese. Ricordiamo tutti gli interminabili dibattiti sulle unioni civili e sull’utero in affito; tutti noi, o quasi, siamo stati coinvolti in discorsi allucinanti con fanatici religiosi o bigotti medievalisti che credono che gli omosessuali siano la prole di Satana. Senza arrivare a questi estremi, insomma, tutti ci siamo ritrovati a discutere di omosessualità, famiglie arcobaleno, legislazione a tutela degli lgbt+ e così via.
E tutti, me per prima, ci siamo trovati a bocca aperta di fronte a una scoperta tanto semplice quanto sconcertante: certe cose che a noi sembrano profondamente e indiscutibilmente giuste (es. il fatto che essere gay non sia una malattia) ad altre persone sembrano altrettanto indiscutibilmente sbagliate, e viceversa. Siamo attaccatissimi alle nostre posizioni, che ovviamente per noi sono quelle giuste – “è talmente ovvio, come fai a non vederlo?” – e ci restiamo male a scoprire che gli altri sono altrettanto attaccati alle proprie, che sono palesemente sbagliate ai nostri occhi.
Per molti di noi, infine, questo tema è più che una disquisizione accademica da social network, ma ci tocca nel profondo. Quando proviamo a raccontare ai nostri genitori, fratelli, amici della nostra identità di genere o orientamento sessuale e ci troviamo di fronte a un muro, il dolore è terribile.

Ora, sapere cos’è un bias cognitivo non risolverà tutti i nostri problemi di comunicazione, anzi. Però secondo me può essere utile e istruttivo.
Per renderci conto che nessuno di noi è perfettamente razionale e oggettivo, e che quindi quando parliamo di certe cose l’emotività va tenuta in gran conto, perché è inevitabilmente legata alle opinioni e alle idee di ciascuno di noi.
Ma anche per capire quanto è difficile cambiare idea, e quindi per non sottovalutare l’enorme sforzo che ci vuole a mettere in discussione una convinzione, magari radicata fin dall’infanzia.
Infine, per sapere che noi stessi siamo affetti da questi “pregiudizi” istintivi, e che quindi non basta avere “una mente aperta” ma bisogna sforzarci continuamente, sottoponendo noi stessi al vaglio della ragione, chiedendoci: sto davvero guardando questo problema da tutti i punti di vista? Potrei cercare altre prospettive? Mi sono davvero informato in maniera imparziale o mi sono limitato a prestare orecchio solo alle fonti da cui sapevo di veder confermate le mie aspettative?

Che ci guadagniamo? Non tanto la possibilità di convincere gli altri che le nostre prese di posizione sono più consapevoli e giustificate (e chi dice che lo siano?) quanto la possibilità di comprendere meglio i punti di vista diversi e di esercitare il nostro senso critico e la nostra razionalità.
Questo è utile a tutti, per tante ragioni credo che sia utile in particolare a chi si occupa di questioni lgbt+ e altre tematiche sensibili.
Che ne pensate?

Vulcanica

PS: se vi interessa una bibliografia, ho semplicemente digitato “cognitive bias” su google e letto i risultati delle prime due pagine di ricerca.

Cosa mi ha insegnato essere lesbica

adaymag-girl-to-woman-30-03Lo so, lo so. Il titolo è un po’ presuntuoso. Un post con un titolo del genere andrebbe scritto dopo una vita intera d’omosessualità, non dopo tre anni appena. Ma, a costo di apparire una che se la tira, io ci provo lo stesso, e sarò ben contenta di integrare ciò che scrivo con le esperienze e le impressioni di chiunque vorrà raccontarmi la sua.

Intanto, “essere” lesbica di per sé non insegna nulla, come essere etero o pansessuale o qualsiasi altra cosa. Ma scoprirsi lesbica sì.
Prima di scoprire di essere attratta dalle donne, io al mondo lgbt non avevo mai pensato.
Se me lo aveste chiesto, vi avrei detto che sì, che diamine, ero favorevole alle nozze gay e alle adozioni gay.
Se me lo aveste chiesto, vi avrei detto che no, vedere due uomini o due donne che si baciano non mi dava fastidio proprio per niente.
Ma non avrei saputo dirvi altro.
E questa è la prima cosa che ho notato, a posteriori: non ero abbastanza interessata. Del gay pride sapevo soltanto che era una festa colorata, dei diritti civili sapevo soltanto che in Italia non ce n’erano e in qualche paese del nord Europa sì. Fine. Non è che non me ne fregasse nulla, semplicemente non era la mia vita.

 
In questi anni, invece, ho scoperto che ci sono tantissime persone eterosessuali e cisgender che si occupano attivamente del mondo lgbt+, che si sentono davvero coinvolte in prima persona, che chiedono uguali diritti non per se stessi o per i loro familiari e amici ma per tutti, anche per le persone che non conoscono. Questo è bello, è davvero bello. Rispetto e ammiro tutti i nostri “straight allies”, come dicono gli anglosassoni: i nostri alleati, i nostri amici che sfilano con noi e s’incazzano con noi e si fanno gonfiare il fegato con noi anche se potrebbero lavarsene le mani.
La prima cosa che scoprirmi lesbica mi ha insegnato è propria questa: la solidarietà. Non la mia, ma quella degli altri, gratuita, disinteressata.

 
E aggiungo: sapermi lesbica ha reso molto più difficile essere indifferente a ogni altra cosa. Ho avuto modo di scoprire, per fortuna più attraverso testimonianze di altre persone che sulla mia pelle, come sia convivere con la paura, con la vergogna, con l’incertezza. Ho sperimentato anche io come ci si sente quando “essere te stesso” diventa più di uno slogan da scrivere su facebook, diventa una sfida ogni giorno. La parola “diverso” ha cambiato sapore, è diventata qualcosa di molto più vicino, più concreto.
Per questo, chiamatela empatia, chiamatela consapevolezza, adesso mi è più difficile pensare che certe cose “non siano affari miei”, anche se non mi riguardano direttamente. Il punto è che per vent’anni sono vissuta in un mondo completamente eterosessuale, senza neanche sospettare l’esistenza di un universo totalmente diverso, e non perché questo si nascondesse, ma semplicemente perché io non ero attenta. Allo stesso modo adesso comprendo quanti altri ce ne possano essere, di universi pieni di vite e speranze e sogni e difficoltà di cui non so proprio niente. Questo mi porta a giudicare meno. A tentare di stabilire delle connessioni con gli altri, di ascoltare senza imporre loro i miei schemi mentali, perché questi schemi mentali sono terribilmente limitati alla realtà che conosco.
E la realtà che conosco è soltanto una parte infinitesima dei modi in cui la vita può essere vissuta, tutti ugualmente vivi e immensi, non importa se a sperimentarli sia il novantanove per cento della popolazione o solo l’un per cento.

 
Infinite variabili: dalle più classiche – la nazionalità, il colore della pelle, la fede religiosa, lo status economico, l’orientamento sessuale, l’identità di genere – a quelle più sottili – il modo di vivere le amicizie e le relazioni, il raporto con i familiari, in ultima analisi la storia personale di ognuno di noi. Ognuna delle centinaia di persone con cui interagiamo ogni giorno è una miscela di tutto questo, e della stragrande maggior parte di ciò che vive, prova e pensa io non posso capire assolutamente nulla.
Di nuovo: ho scoperto l’acqua calda, sì. Che ci posso fare se la passione per le tette mi ha dato una mano a rendermene conto? XD

 
Lo so, sto dicendo delle banalità, in fin dei conti.
E no, non serve essere lesbica per capire queste cose. Dico solo che la scoperta della mia omosessualità ha aiutato me ad entrare in contatto con una prospettiva diversa. Ciascuno può arrivarci nel proprio modo, attraverso tutte le esperienze che scardinano le certezze, che mettono in dubbio i modelli di vita. In teoria siamo tutti molto bravi, ma in pratica ci vuole molta umiltà per ammettere che ognuno di noi può cambiare idea, e che le nostre posizioni e le nostre vite non sono per niente solide come immaginiamo.

 
Perché anche questo ho scoperto, negli ultimi tre anni. Quest’omosessualità del tutto insospettata mi ha cambiato la vita – non potrebbe essere diversamente – e ha influenzato il mio rapporto con me stessa e con le altre persone. Mi ha resa più forte, più decisa, ma anche molto più cauta. Mi ha portata a sfidare il mio idealismo e a riconoscere tanti dei miei limiti e dei limiti delle altre persone. Mi ha ferita, spesso, perché cose che prima non mi riguardavano adesso bruciano fino alla carne viva. Mi ha spinta a riconoscere il valore delle persone meravigliose che ho intorno, i miei familiari e i miei amici.
Per una maniaca del controllo come me, è difficile accettare l’idea che la vita segua la sua strada indipendentemente dai piani che hai per lei. E tutto questo di certo non era nei miei piani, non perché non lo volessi, ma perché neanche immaginavo di poterlo volere.

 
Insomma, per concludere questo post troppo lungo, essere lesbica mi ha insegnato che un piccolo spostamento di prospettiva cambia drammaticamente tutto ciò che vediamo. Mi ha incoraggiato a non guardare le cose soltanto dal punto di vista più semplice, quello frontale, in piena vista, ma di cercare angoli nascosti, di fare attenzione anche alle ombre, di rendermi conto che quel che a volte viene etichettato semplicemente come “minoritario” e quindi ininfluente nasconde in realtà un potere enorme.
Il potere di cambiare noi stessi. Il potere di cambiare il mondo.

 
Vulcanica

We are proud!

Da quando il mondo si è accorto che esistono le persone lgbt, è pieno di gente che parla di noi.
C’è gente che fonda la sua campagna elettorale su di noi, gente che manifesta contro di noi, gente che in classe o al lavoro o a casa o in treno si mette a parlare di noi. Siamo contronatura o no? Dovremmo essere tollerati o no? I bambini, siamo capaci di crescerli o no? E il modo in cui scopiamo, in cui viviamo, in cui lavoriamo, il modo in cui ci vestiamo, il modo in cui parliamo, le trasmissioni tv che guardiamo. Se siamo nati così o ci siamo diventati frequentando le compagnie sbagliate, se il buon dio ci ha fatti così per mettere alla prova i nostri genitori o per far loro scontare certe vecchie colpe, se dovremmo essere aiutati a guarire o soltanto a vivere sopportando questa croce.

Queste persone che parlano di noi non sanno niente di noi.
Non hanno mai sentito il suono dei singhiozzi di tua madre che piange perché sua figlia esce con una ragazza.
Non sanno com’è quando hai bisogno di tastare il terreno ogni volta che parli della tua vita con qualcuno.
Non conoscono quella determinazione disperata che ti prende dentro, quando ti rendi conto che forse dovrai scegliere tra la tua famiglia e la persona con cui vuoi stare. E prima ancora, la persona che sei.
Loro non sono mai stati svegli nel letto, a parlare col soffitto, chiedendosi: come andrà a finire? Potremo vivere insieme? Potremo avere una famiglia? Dovremo scappare via?
Non hanno mai avuto paura, presentandosi all’hotel per una vacanza insieme, che la signora alla receptionist facesse storie per la camera matrimoniale, e non hanno mai dovuto inventarsi un compleanno per spiegare un mazzo di fiori, o guardarsi intorno prima di stringere la mano a qualcuno, per controllare che nessuno stesse osservando.
Non conoscono la sensazione di quando uno sguardo, una risatina, un commento sussurrato ti risvegliano da quel piccolo, innocente spicchio di felicità che stai vivendo e ti ricordano che per te niente è gratuito.
Tutto va pagato. Ogni bacio, ogni parola d’amore, ogni desiderio.

Le persone che parlano di noi non sanno come sia essere noi, e non ce lo chiedono.
Non vogliono saperlo.
Non hanno voglia di sentir parlare di quel che passa un ragazzino gay a scuola. Di quel che trova, quando dopo la scuola torna a casa. Della paura che lo accompagna tutti i giorni.
Non hanno voglia di domandarsi cosa si prova davvero quando quello su cui tutti raccontano barzellette “innocenti” sei TU.
Non interessa, a loro, scoprire quanto coraggio e quanta forza ci vuole per andare avanti senza vergognarsi di ciò che sei, senza cedere alla tentazione di nasconderlo.
Non sanno e non vogliono sapere com’è avere paura per la persona che ami, paura per te stesso. Paura che la sua famiglia le proibisca di vederti. Paura che il suo datore di lavoro lo scopra e la licenzi. Paura che qualcuno la insulti, la spaventi, la picchi, la faccia star male.

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Sì che ho paura.
E questo tipo di paura ti scava dentro un po’ ogni giorno, ti rende triste, duro, cattivo. Ti toglie ogni fiducia verso il prossimo. Erode ogni speranza che hai per il futuro.
Perché sai che, anche se dovessi campare cent’anni, non farai in tempo a veder sorgere il giorno in cui questa paura farà parte del passato. Puoi metterti al riparo. Puoi circondarti di persone che capiscano, puoi fuggire dai pregiudizi e dalla cattiveria, puoi trovare un posto sicuro e starci bene, ed essere felice. Puoi anche essere la persona più felice del mondo, ma saprai sempre che là fuori quella cosa c’è ancora.
Se sbagli strada, se parli con la persona sbagliata, se leggi il giornale sbagliato, se visiti il paese sbagliato, quella cosa comparirà di nuovo, e ti farà ancora paura.
Ognuno di noi l’ha vissuto, per questo siamo orgogliosi. Per questo portiamo in strada le bandiere arcobaleno, parliamo e ci raccontiamo e ci sosteniamo a vicenda e combattiamo e festeggiamo ogni volta che c’è qualcosa da festeggiare, difendiamo i nostri figli e spieghiamo quello che siamo e cerchiamo il dialogo e non ci arrendiamo, no, non ci arrendiamo mai.
Perché non possiamo dimenticarcela neanche per un istante, quella paura che abbiamo provato tutti almeno una volta. E neanche per un istante smettiamo di pensare che in questo preciso momento, da qualche parte, qualcuno sta piangendo.
Qualcuno sta pensando di farla finita.
Qualcuno si sente completamente solo al mondo.

Noi siamo qui.
Noi siamo quelli sbagliati, quelli diversi, quelli da cui stare alla larga.
Siamo noi, quelli che non vogliono più stare negli armadi e che pretendono diritti e leggi e sicurezza e dignità.
Siamo qui, con le nostre storie, le nostre emozioni e tutta la nostra paura.
Siamo qui con le nostre voci e non staremo zitti, mai più.

Vulcanica

San Valentino

tenerti per mano e ridere fino alle lacrime,
correre sotto la pioggia gelida, nasconderci in macchina,
i tuoi capelli che mi fanno solletico sulle guance,
la fila alla cassa in libreria, comprare l’acqua al supermercato,
la lista dei film belli che non guarderemo mai,
le canzoni che mi fanno pensare a te, il caffè a notte fonda
e non riuscire a prender sonno finché tu non torni a casa.

 
amare ogni cosa che ami e chiederti scusa per le stupidaggini,
non essere mai d’accordo ma non litigare mai,
cantare a squarciagola, regalarci cioccolata e stare bene, stare bene,
come il giorno di natale, come a cena con gli amici, come il mare,
che mi manchi tutti i giorni, pure quando sei con me, ma non ci credi.

 

 
e pensare che c’è gente
che una cosa così immensa
la vorrebbe soffocare nel silenzio.

 

Vulcanica

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PS: Sì, lo so, è sdolcinato. Perdonatemi, specie quelli di voi che sono single e detestano i baci perugina e gli orsetti e il mese di febbraio.

Ma in questi giorni non fanno altro che rovesciarci addosso la merda peggiore, in tv, sui giornali, sui social, ovunque, e ho pensato che fosse giusto ricordarci anche che in fondo, pure senza diritti, pure discriminati, umiliati e insultati, siamo esseri umani. A volte esseri umani fortunati, a volte esseri umani felici.

#SvegliaItalia

Ringrazio tutti gli amici che hanno partecipato alla manifestazione per i diritti civili di sabato scorso, in cento piazze d’Italia, e in particolare quelli che si sono ricordati di noi e ci hanno inviato le loro foto.

Non mi interessa star qui a discutere sui numeri: un milione, mezzo milione, due milioni, poco importa. Anche se fossimo stati in cinque, saremmo state cinque persone coraggiose e dalla parte giusta della storia. E anche se al Family Day fossero dieci milioni, cento milioni, questo non mi smuoverebbe di un millimetro dal credere che si tratterebbe di dieci, cento milioni di cretini.

Ma una cosa è sicura: vedere decine e decine di piazze accendersi d’arcobaleno, vedere tante persone unite per una battaglia così bella, mi ha fatto sperare bene. Mi ha fatto sperare che forse il concetto di minoranza sia finalmente superato, che si inizi a capire che i diritti di uno sono i diritti di tutti e che una sola persona discriminata è una crepa in una società di cristallo, che può ridursi in pezzi in un attimo, se non si basa saldamente sull’ugaglianza e sul rispetto prima che su qualsiasi dogma morale o religioso.

Ringrazio Dio (per chi non lo sapesse, non quello nell’alto dei cieli, ma più prosaicamente la geniale co-amministratrice della nostra pagina facebook https://www.facebook.com/nessunarmadio/) per aver montato insieme queste immagini in un bellissimo collage, che ho scelto di usare come immagine della home page del blog perché non siamo più soltanto un pallido riflesso arcobaleno, ma siamo ormai carne, menti e cuori, siamo corteo e canto, siamo una forza della natura. Tutti insieme.

 

Vulcanica

Non mi arrendo

Sono ancora viva.
Me ne sono accorta stamattina.

Per un po’ ho avuto paura di non esserlo più. Perché durante le vacanze di Natale, a casa dei miei (che hanno la tv) sentivo al tg parlare di unioni civili e non chiedevo agli altri di stare zitti per poter ascoltare meglio. Anzi, voltavo la testa.
E in queste settimane, vedendo tutte le piazze d’Italia organizzarsi per la grande manifestazione del 23, non ho avuto voglia di partecipare.
Ho pensato, è finita. Ho pensato che non me ne importa più niente dello schifo che ho intorno.
Ho pensato che se la gente di questo paese è contenta di avere il family day, l’obiezione di coscienza, il sessismo da quattro soldi, i crocifissi e i presepi nelle scuole, allora così sia. Se tutto questo non fa incazzare, indignare, infiammare la popolazione, allora evidentemente è questo che vogliono. E io mi rassegno. Alla peggio, faccio i bagagli e me ne vado.

Non mi rassegno invece.
Me ne sono accorta stamattina, quando mi sono ritrovata a camminare su e giù per la mia stanza a denti stretti pensando: “Che cosa posso fare? Che cosa posso fare?”
Che cosa posso fare per cambiare le cose?
Perché io non sono più intelligente degli altri. Non sono migliore degli altri. Sono circondata da persone che la pensano come me, persone a cui non importa nulla se sto con un uomo o una donna, persone che non si sognerebbero di mettere in discussione la libertà di scelta della donna sul proprio corpo o di dire che se una viene stuprata “se l’è cercata”, persone che a sentire delle sentinelle che organizzano ronde di preghiera per bloccare una legge si fanno solo una risata.
Ed è questo il problema, non dobbiamo ridere, dobbiamo incazzarci. Non dobbiamo ignorarli. Non sono quattro gatti, sono quelli che hanno in mano il nostro paese.
Mentre noi ridiamo e li sfottiamo per la loro ignoranza e grettezza, loro intanto fanno e gestiscono le leggi. Loro intanto plasmano la società, e la nostra società al momento fa schifo.
Questo paese è pieno di gente in gamba. Però le persone in gamba o se ne vanno o si rassegnano o si limitano a farsi i fatti propri, cercando di ritagliarsi uno spazietto privato in cui respirare e dimenticare quel che accade al di fuori. Noi non offriamo un’alternativa. Un’alternativa laica, civile, seria da prendere in considerazione, e così la massa degli indifferenti, degli incerti, di quelli che pensano poco, finisce per farsi guidare da chi urla più forte. Che sono loro, sempre loro, gli stessi che bruciavano i libri in piazza non troppo tempo fa.

Ecco, io ancora non lo so che cosa posso fare. Probabilmente niente.
Ma sono ancora viva e continuerò a pensarci e ripensarci, a tentare di parlare, di cercare un modo per dare il mio contributo. Facciamolo tutti quanti, tutti insieme. Riprendiamoci il nostro paese, facciamoli tremare, facciamo capire loro che siamo stufi di tacere di fronte alle loro stronzate. Combattiamo!

Vulcanica

Amarezza

L’altra sera ero a una cena con un gruppo di amiche. Non ci vedevamo da un bel po’, è stato bello incontrarsi di nuovo tutte quante.

Abbiamo mangiato, chiacchierato, è stato divertente.

A un certo punto, mentre eravamo sedute a tavola per cena, mi sono guardata intorno. Eravamo quasi tutte coppie.

Alcune nate da pochi mesi, altre che durano da anni.

Persone che convivono e persone che ogni week end si fanno centinaia di chilometri in auto o in treno per poter stare qualche ora con la persona che amano.

Persone che per la legge non sono nessuno.

Non siamo come gli altri. Noi a volte per strada attiriamo gli sguardi, le risatine. Alcune di noi hanno paura a prendersi per mano, si vede. Si guardano, vorrebbero darsi un bacio ma non osano.

Siamo in pubblico.

Di solito io sono positiva, mi piace pensare che le cose cambiano, che dobbiamo essere pazienti. Ci vuole tanto tempo. E certe cose no, non cambieranno mai, ma noi possiamo essere felici lo stesso.

Però certe volte l’amarezza mi sommerge, mi travolge.

Penso all’ennesimo rinvio della legge sulle unioni civili, sono anni ormai che aspettiamo l’approvazione.

Penso alle persone che vogliono curarci, a quelli che protestano che noi corrompiamo i loro bambini.

E mi viene da piangere, davvero.

Una di noi parla di una coppia di amiche che ha deciso di sposarsi. Confetti, vestito bianco, ricevimento, tutto in grande stile.

All’estero, naturale. Qui da noi non si può.

Da noi c’è il registro delle unioni civili, dice qualcuno.

Sì, è vero, risponde un’altra. Ma non è un matrimonio.

No, è un registro, una roba simbolica. Un modo per dire che…che ci sei, insomma.

Lasciamo stare, cambiamo discorso. Nessuna di noi ha voglia di rovinarsi la serata pensando a queste cose.

E io credo che il cuore si stringa un po’ a tutte.

Vulcanica