We are proud!

Da quando il mondo si è accorto che esistono le persone lgbt, è pieno di gente che parla di noi.
C’è gente che fonda la sua campagna elettorale su di noi, gente che manifesta contro di noi, gente che in classe o al lavoro o a casa o in treno si mette a parlare di noi. Siamo contronatura o no? Dovremmo essere tollerati o no? I bambini, siamo capaci di crescerli o no? E il modo in cui scopiamo, in cui viviamo, in cui lavoriamo, il modo in cui ci vestiamo, il modo in cui parliamo, le trasmissioni tv che guardiamo. Se siamo nati così o ci siamo diventati frequentando le compagnie sbagliate, se il buon dio ci ha fatti così per mettere alla prova i nostri genitori o per far loro scontare certe vecchie colpe, se dovremmo essere aiutati a guarire o soltanto a vivere sopportando questa croce.

Queste persone che parlano di noi non sanno niente di noi.
Non hanno mai sentito il suono dei singhiozzi di tua madre che piange perché sua figlia esce con una ragazza.
Non sanno com’è quando hai bisogno di tastare il terreno ogni volta che parli della tua vita con qualcuno.
Non conoscono quella determinazione disperata che ti prende dentro, quando ti rendi conto che forse dovrai scegliere tra la tua famiglia e la persona con cui vuoi stare. E prima ancora, la persona che sei.
Loro non sono mai stati svegli nel letto, a parlare col soffitto, chiedendosi: come andrà a finire? Potremo vivere insieme? Potremo avere una famiglia? Dovremo scappare via?
Non hanno mai avuto paura, presentandosi all’hotel per una vacanza insieme, che la signora alla receptionist facesse storie per la camera matrimoniale, e non hanno mai dovuto inventarsi un compleanno per spiegare un mazzo di fiori, o guardarsi intorno prima di stringere la mano a qualcuno, per controllare che nessuno stesse osservando.
Non conoscono la sensazione di quando uno sguardo, una risatina, un commento sussurrato ti risvegliano da quel piccolo, innocente spicchio di felicità che stai vivendo e ti ricordano che per te niente è gratuito.
Tutto va pagato. Ogni bacio, ogni parola d’amore, ogni desiderio.

Le persone che parlano di noi non sanno come sia essere noi, e non ce lo chiedono.
Non vogliono saperlo.
Non hanno voglia di sentir parlare di quel che passa un ragazzino gay a scuola. Di quel che trova, quando dopo la scuola torna a casa. Della paura che lo accompagna tutti i giorni.
Non hanno voglia di domandarsi cosa si prova davvero quando quello su cui tutti raccontano barzellette “innocenti” sei TU.
Non interessa, a loro, scoprire quanto coraggio e quanta forza ci vuole per andare avanti senza vergognarsi di ciò che sei, senza cedere alla tentazione di nasconderlo.
Non sanno e non vogliono sapere com’è avere paura per la persona che ami, paura per te stesso. Paura che la sua famiglia le proibisca di vederti. Paura che il suo datore di lavoro lo scopra e la licenzi. Paura che qualcuno la insulti, la spaventi, la picchi, la faccia star male.

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Sì che ho paura.
E questo tipo di paura ti scava dentro un po’ ogni giorno, ti rende triste, duro, cattivo. Ti toglie ogni fiducia verso il prossimo. Erode ogni speranza che hai per il futuro.
Perché sai che, anche se dovessi campare cent’anni, non farai in tempo a veder sorgere il giorno in cui questa paura farà parte del passato. Puoi metterti al riparo. Puoi circondarti di persone che capiscano, puoi fuggire dai pregiudizi e dalla cattiveria, puoi trovare un posto sicuro e starci bene, ed essere felice. Puoi anche essere la persona più felice del mondo, ma saprai sempre che là fuori quella cosa c’è ancora.
Se sbagli strada, se parli con la persona sbagliata, se leggi il giornale sbagliato, se visiti il paese sbagliato, quella cosa comparirà di nuovo, e ti farà ancora paura.
Ognuno di noi l’ha vissuto, per questo siamo orgogliosi. Per questo portiamo in strada le bandiere arcobaleno, parliamo e ci raccontiamo e ci sosteniamo a vicenda e combattiamo e festeggiamo ogni volta che c’è qualcosa da festeggiare, difendiamo i nostri figli e spieghiamo quello che siamo e cerchiamo il dialogo e non ci arrendiamo, no, non ci arrendiamo mai.
Perché non possiamo dimenticarcela neanche per un istante, quella paura che abbiamo provato tutti almeno una volta. E neanche per un istante smettiamo di pensare che in questo preciso momento, da qualche parte, qualcuno sta piangendo.
Qualcuno sta pensando di farla finita.
Qualcuno si sente completamente solo al mondo.

Noi siamo qui.
Noi siamo quelli sbagliati, quelli diversi, quelli da cui stare alla larga.
Siamo noi, quelli che non vogliono più stare negli armadi e che pretendono diritti e leggi e sicurezza e dignità.
Siamo qui, con le nostre storie, le nostre emozioni e tutta la nostra paura.
Siamo qui con le nostre voci e non staremo zitti, mai più.

Vulcanica

Dell’arte di scegliersi gli amici

Ok, respirone: questo è un post polemico. Qualcuno potrebbe rimanerci male. E no, stavolta non saranno i cattolici, tanto per cambiare!
Però se non dicessi quel che penso, anche quando può offendere qualcuno, il blog non servirebbe a nulla. E magari questa volta mi sbaglio, perciò spero che qualche lettore avrà la pazienza di illuminarmi e di farmi capire questo fenomeno.

Dopo la premessa conciliante, il tema è questo: avete presente quanto ci incazziamo quando gli omofobi iniziano le loro tiritere con il proverbiale “Ho tanti amici gay, ma…”? Ecco. La mia domanda di oggi è al contrario: com’è che noi abbiamo tanti amici omofobi?
E parlo di amici, sia chiaro.
La famiglia non te la scegli, i colleghi di lavoro o compagni di scuola nemmeno. Ma gli amici sì.

Perciò quando sento persone che mi dicono: “Ho la bacheca di facebook piena di questa roba sul gender”, mi viene da chiedere: e com’è che tra i tuoi contatti facebook è pieno di bigotti ignoranti?
Quando sento persone che mi dicono: “Non ho detto ai miei amici che sono gay perché ho paura che la prendano male”, mi viene da chiedere: e com’è che hai degli amici di merda? E ti fai anche scrupoli all’idea di rischiare di perderli?

Ora, anche se quando scrivo sul blog e sulla pagina cerco sempre di essere positiva, incoraggiante e simpatica (non so quanto ci riesca), io nella vita ho un pessimo carattere. Ho molti più ex amici che amici e per una ragione molto semplice: taglio i ponti. Pure troppo. Non sono il tipo di persona che passa sopra a tutto in nome di un’amicizia storica o del quieto vivere. Non dico che sia giusto ciò che faccio, ma sono fatta così. Quindi mi riesce particolarmente difficile capire che senso abbia continuare a tener vivi dei rapporti con persone che sono così grette e ignoranti da discriminare qualcuno in base al suo orientamento sessuale. Se a essere omofobi sono tuo padre, tua madre, il tuo datore di lavoro, lo capisco che sia molto difficile, perché quella non è gente con cui puoi chiudere da un giorno all’altro.
Ma gli amici? Le persone che tu stesso scegli di frequentare?
Tanti mi rispondono: “Ma no, non sono amici, è che sono conoscenti quindi abbiamo l’amicizia su facebook.”
Bene, toglietela. E se vi va, o se vi fanno domande, spiegate pure perché. Non dico di essere maleducati, basta spiegare: “Le tue opinioni mi infastidiscono e mi feriscono”.
“Eh ma non sta bene.”
Ah non sta bene? Loro ci insultano, ci disprezzano, e non sta bene se noi proviamo a reagire?
Ma come pensiamo di cambiarlo il mondo, se abbiamo paura di fare un dispetto a qualcuno, se non altro allo scopo di aiutarlo ad aprire gli occhi?
Non siamo NOI che dobbiamo essere timidi. Se uno è fascista, se è ignorante, se è un cretino che non sa distinguere una buona fonte da un sito spazzatura, se è un omofobo è LUI che si deve vergognare, e NOI abbiamo la libertà e anche il dovere di farlo vergognare. Altrimenti, con questa scusa delle buone maniere, va a finire che dobbiamo anche ringraziare chi ci pesta sugli autobus, chi ci caccia dai ristoranti, chi manifesta contro i nostri diritti.
Lo ripeterò finché avrò fiato: LORO HANNO TORTO. E secondo me stare zitti, fare buon viso a cattivo gioco significa dargli quasi ragione, concedere loro una licenza che li autorizza a continuare a pensarla così e a propagandare le loro idee.
Non è vero che tutte le opinioni vanno rispettate, non quelle che ledono la dignità di altri esseri umani. E avere almeno il coraggio di farlo presente alle persone che conosciamo mi pare un buon inizio.
Che poi, chissà, magari qualcuno di loro il dubbio se lo pone. Magari si informa, o ci fa delle domande, e va a finire che cambia idea. Perché per cambiare il mondo bisogna far cambiare idea alle persone, una alla volta, e per farlo bisogna incontrarsi, certe volte scontrarsi.
E in ultima analisi, se non altro, togliere il saluto a certa gente è davvero una bella soddisfazione.

Vulcanica

L’arcobaleno e lo schermo

Ho sostenuto fin dalla nascita di questo blog che il punto cruciale della battaglia lgbt+ oggi è la visibilità. Se le rivolte di Stonewall hanno avuto luogo in strada e nelle piazze, quelle di oggi devono avvenire sui social. Questo è un bene o un male? Rispecchia una degenerazione morale o una nuova dimensione comunitaria? Non lo so e non sta a me dirlo, ma il dato di fatto è questo: la tv e, in misura molto maggiore, i social ci permettono di raggiungere milioni di persone, di comunicare con tantissima gente che viene da tutto il mondo.
Visibilità significa permettere a persone che del mondo lgbt non sanno nulla di conoscere la nostra realtà, di conoscerla tramite le nostre parole invece che per sentito dire, per pregiudizi e per stereotipi. Certo, come parliamo noi, parlano anche Adinolfi e compari, ma non possiamo farci proprio nulla: l’informazione digitale è selvaggia e di sicuro chi non vuole informarsi troverà sempre il modo di non farlo. Tutti leggiamo e vediamo solo quel che vogliamo leggere e vedere, anche col mezzo d’informazione più potente del mondo. Ma almeno, grazie soprattutto a Internet, chi vuole adesso può conoscere l’altra faccia della medaglia. E quella per la visibilità positiva è la battaglia che stiamo combattendo.

Riguardo alla tv, il discorso è un po’ diverso e mi lascia qualche perplessità. Infatti non è il mondo a cui appartengo. Io ho 24 anni e la televisione non la guardo quasi mai, escluso qualche film, anche se preferisco lo streaming. Neanche i telegiornali mi entusiasmano troppo, quando posso consultare direttamente le agenzie di stampa in tempo reale e confrontare più fonti tramite il web.

Perché questa lunga premessa? Per parlare del modo in cui il mondo lgbt è rappresentato in tv. Ed è importante, molto, se pensiamo che la popolazione italiana è vecchia e va invecchiando e che quindi la stragrande maggioranza degli italiani ha ancora molta più confidenza con la tv che con Internet. I miei genitori non sanno neanche accendere il pc, la maggior parte dei loro coetanei magari sta su facebook, ma niente di più. Tante persone non sanno l’inglese e sono costrette quindi a limitarsi ai siti e alle pagine fb in lingua italiana, il che credo faccia una grande differenza. E allora, mentre la grande rivoluzione arcobaleno attraversa tutto il mondo occidentale e l’Italia sta in panchina a guardare facendo una fatica immensa per approvare una legge piccola piccola, la domanda è: queste persone come percepiscono tutto questo?
Cosa ci hanno capito, i nostri genitori, i nostri nonni, del mondo lgbt? Quanto è cambiato il loro punto di vista rispetto a vent’anni fa e in che modo?

Negli ultimi tempi la tv si è “riempita” di riferimenti all’omosessualità. Ma in che modo? Ricordiamo tutti il livello imbarazzante dei dibattiti sulla Cirinnà (tanto per dire, la lettura del Levitico in parlamento) e dei talk show annessi. La maggior parte dei giornalisti o personaggi pubblici che ha parlato nei mesi scorsi non conosceva la distinzione fra “outing” e “coming out” e parlava di omosessualità come se ne sarebbe potuto parlare negli anni cinquanta (mancava solo che ci chiamassero “invertiti”). E ve la ricordate Conchita Wurst a Sanremo e tutto l’imbarazzo che ha circondato la sua esibizione? In altre parole, è vero che di omosessualità in tv si parla anche da noi, molto più di prima, ma non sono certa che la visibilità sia di tipo positivo e costruttivo. Proprio perché, più che gay, lesbiche, bisex e trans, a parlarne sono degli etero (magari cattolici) che non ne sanno proprio nulla di orientamento sessuale e identità di genere, ma che in compenso hanno dalla loro parte una lunga esperienza nella comunicazione, che invece alla comunità lgbt+ sembra mancare.

Una speranza forse viene dalla presenza sempre più frequente di personaggi omosessuali nei film e nelle serie tv, dove mi auguro che il tema sia trattato con un po’ più di naturalezza e sensibilità, ma non posso esserne certa perché appunto non ho molta esperienza in materia. Sarei contenta di conoscere il vostro parere a riguardo.

Vulcanica

Io voglio solo essere me stessa!

“I tuoi lo sanno che sei gay?”

“Sì, gliel’ho detto subito. Non sarei mai riuscita a nasconderlo…”

“E come l’hanno presa?”

“Eh, poteva andare peggio. Certo, non è che fossero contenti…ma si sono rassegnati, diciamo. Per qualche mese però me la son vista brutta…”

“Ti capisco, sai? I miei non hanno mai accettato il fatto che stia con un ragazzo marocchino. Non è quello che volevano per me.”

Oppure:

“Ti capisco, sai? I miei non hanno mai accettato il fatto che abbia scelto di trasferirmi a Francoforte. Volevano che restassi vicina a casa.”

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Oppure:

“Ti capisco, sai? I miei non hanno mai accettato il fatto che io non voglia avere bambini. Per loro una donna che non ha figli non è davvero una donna…”

Oppure:

“Ti capisco, sai? I miei non hanno mai accettato che…”

Che faccia l’estetista invece che l’ingegnere. Che suoni la batteria invece che il piano. Che preghi Allah invece che Dio. Che…devo continuare? Ne ho sentite tante di risposte così.

Avete presente quelle frasi che si dicono sempre sugli animali domestici? “Non comprate ai bambini un cucciolo per soddisfare un capriccio, sono esseri viventi, non giocattoli…”

Ecco. Vorrei che si iniziasse a dirlo anche per i figli. Un figlio non è un giocattolo, non lo è da piccolo e non lo è nemmeno quando cresce. Se vuoi fare figli soltanto per giocare con loro come con delle barbie, con dei burattini, allora comprati un pupazzo.

Sei mio padre, sei mia madre. Hai messo al mondo una persona. Che cosa ti aspetti, che questa persona sia solo una pallida eco di te? Un riflesso vuoto? Se parliamo di “miracolo della vita”, è proprio perché è un miracolo: quello dell’autodeterminazione, della coscienza. Avermi messo al mondo non ti dà il diritto di negarmi questo! Che amore è, un amore che ha paura di me, di quel che diventerò?

Siate fieri dei vostri figli, di quel che raggiungono. Siate fieri della loro capacità di essere diversi da voi. Abbiate rispetto per i vostri figli, siate curiosi nei confronti delle cose che sanno fare, delle cose che amano fare, della vita che vogliono vivere. Non costringeteli a scegliere fra voi e i loro sogni. Altrimenti rischiate di perderli per sempre.

Vulcanica

 

 

 

#SvegliaItalia

Ringrazio tutti gli amici che hanno partecipato alla manifestazione per i diritti civili di sabato scorso, in cento piazze d’Italia, e in particolare quelli che si sono ricordati di noi e ci hanno inviato le loro foto.

Non mi interessa star qui a discutere sui numeri: un milione, mezzo milione, due milioni, poco importa. Anche se fossimo stati in cinque, saremmo state cinque persone coraggiose e dalla parte giusta della storia. E anche se al Family Day fossero dieci milioni, cento milioni, questo non mi smuoverebbe di un millimetro dal credere che si tratterebbe di dieci, cento milioni di cretini.

Ma una cosa è sicura: vedere decine e decine di piazze accendersi d’arcobaleno, vedere tante persone unite per una battaglia così bella, mi ha fatto sperare bene. Mi ha fatto sperare che forse il concetto di minoranza sia finalmente superato, che si inizi a capire che i diritti di uno sono i diritti di tutti e che una sola persona discriminata è una crepa in una società di cristallo, che può ridursi in pezzi in un attimo, se non si basa saldamente sull’ugaglianza e sul rispetto prima che su qualsiasi dogma morale o religioso.

Ringrazio Dio (per chi non lo sapesse, non quello nell’alto dei cieli, ma più prosaicamente la geniale co-amministratrice della nostra pagina facebook https://www.facebook.com/nessunarmadio/) per aver montato insieme queste immagini in un bellissimo collage, che ho scelto di usare come immagine della home page del blog perché non siamo più soltanto un pallido riflesso arcobaleno, ma siamo ormai carne, menti e cuori, siamo corteo e canto, siamo una forza della natura. Tutti insieme.

 

Vulcanica

Out of the Closet – Conclusione

Cara mamma, cara papà, sono gay

Questa che vi presento qui sotto è una lettera di coming out. L’ho scritta pensando a come avrei voluto che fosse il mio coming out, o forse a come mi dichiarerei se dovessi farlo oggi, con un po’ d’esperienza e di riflessione in più. Spero che possa essere un aiuto e un incoraggiamento per quanti di voi vogliono uscire dall’armadio ma non trovano le parole giuste o il momento giusto.

Dichiararsi per iscritto ha sicuramente dei lati positivi rispetto al farlo a voce. Dà un po’ più di tempo a te e ai tuoi familiari per assimilare la notizia ed evita il rischio che, nell’agitazione del momento, volino parole grosse che poi sono difficili da cancellare. Ma ci sono anche dei lati negativi: i tuoi genitori potrebbero leggere la lettera e non trovare il coraggio di risponderti o di parlarne con te. Questa è una decisione che puoi prendere solo tu. E ricorda comunque che le mie sono semplici indicazioni, ma naturalmente ogni coming out è una storia a sé e non esiste un modo “giusto” di dichiararsi.

Buona fortuna!

Cara mamma, caro papà,

 

forse siete sorpresi di trovare questa lettera da parte mia o forse no. Vi chiedo per favore di leggerla con attenzione, di leggerla fino in fondo, con calma e di rileggerla quando l’avrete finita, prima di fare qualunque cosa.

Non vi preoccupate! Sto bene, non mi sono cacciato nei guai. Non ho combinato casini. Quello che voglio dirvi me lo porto dentro da un bel po’ e non so se voi abbiate dei sospetti oppure no, ma sento che non è giusto nei miei confronti né nei vostri continuare a far finta di niente. Io vi voglio bene, voi volete bene a me. Ho bisogno di condividere con voi quello che sento dentro, anche se ho paura di ferirvi.

Mamma, papà, credetemi se vi dico che l’ultima cosa che voglio è darvi un dispiacere. Forse in un primo momento voi reagirete male a quello che sto per dirvi, forse vi sentirete persino delusi o traditi, o magari in colpa perché credete di aver fatto qualcosa nel modo sbagliato. Non è così. Siete dei bravi genitori e io mi sforzo di essere un bravo figlio. E proprio per questo voglio che sappiate la verità.

Sto parlando dei sentimenti che provo. L’attrazione, il desiderio, l’amore che provo sono come quelli di tutti gli altri, ma a differenza di come capita alla maggior parte degli altri non sono rivolti alle persone del sesso opposto al mio. Mi piacciono le persone del mio stesso sesso.

È tutto qui, davvero. Mi sembrava una cosa così grande che non sapevo come dirla, e invece ora l’ho fatto. E non c’è nient’altro, è tutto qui. Adesso sembra così naturale parlarvene che non so come ho fatto a tenermelo dentro per tanto tempo.

Perché è davvero solo questo. Io sono sempre io. Sono sempre la persona che conoscete, vostro figlio, quello che avete cresciuto e lo avete fatto bene! Non so come vi sentite in questo momento, ma è soltanto un momento. Continuate a leggere, per favore.

Capisco bene che siate preoccupati. Siete preoccupati per me, perché avete paura che la mia vita sarà più difficile di quella degli altri, o anche solo diversa da come voi la immaginavate fino a un momento fa. Siete preoccupati per le reazioni di chi lo verrà a sapere. Siete preoccupati perché forse questa cosa è così lontana dalla vostra vita che neanche riuscite bene a immaginare cosa significhi e che conseguenze abbia.

Ma vi prego di riflettere su una cosa, mamma, papà: questo è quello che sono. Se anche volessi, non potrei cambiarlo. Ho due alternative: essere me stesso e cercare di vivere nella maniera migliore possibile, essere sincero con voi, aprirvi il mio cuore e cercare la mia personale e unica strada per la felicità, oppure mentire. Mentire a voi, a me stesso, a tutte le persone che incontro, per sempre. Questo non potrà mai farmi stare bene, mamma, papà, e non potrà far stare bene neanche voi.

Non sentitevi come se vi fosse capitata una disgrazia o una sfortuna. Non ho una malattia, non ho avuto un incidente. E non credete neanche che sia così eccezionale quel che vi ho detto: siamo in tanti. Siamo in tanti e sempre più sono quelli che vivono senza paura, col sostegno delle loro famiglie, come spero di poter fare anche io da oggi in poi.

È vero che la mia strada, forse, sarà un po’ più difficile di quella degli altri. Ma mi avete già insegnato una volta a camminare, adesso vorrei che camminassimo insieme. Se vi ho scritto questa lettera, se ho sentito il bisogno di dirvelo è proprio perché non voglio farlo da solo. Voglio che voi siate con me.

Mamma, papà, posso essere felice come tutti. Posso essere innamorato e realizzato nella vita come tutti. Posso avere una famiglia come tutti. Per fortuna oggi è possibile. Ma tutto questo voglio farlo insieme a voi, senza nascondervi niente.

So di chiedervi molto. Vi chiedo di amare vostro figlio per quello che è, di vederlo per quello che è e di amare me più di quanto amiate le vostre aspettative o i vostri preconcetti. Non vi lascerò soli in quest’impresa. C’è così tanto che voglio dirvi! Voglio che anche voi possiate leggere quel che ho letto io, guardare i video che ho guardato e che mi hanno commosso, conoscere la realtà di altre persone che provano i miei stessi sentimenti. Per favore, non respingetemi. Facciamo questo percorso insieme.

Se vi rifiutate di ascoltarmi, se chiudete la porta in faccia alla realtà, vivrete per sempre in un’illusione. Potete credere che tutto sia come prima e che questa lettera non l’abbiate mai letta, e io potrei persino lasciarvelo credere, ma non sarebbe più lo stesso. Non ci sarebbe più fiducia tra noi. Sarei costretto a nascondervi parte della mia vita e voi sareste costretti a sospettare di me tutto il tempo, ad avere il cuore stretto tutto il tempo, sempre con la paura di essere scoperti come se avessimo commesso un delitto.

Se invece mi date la mano e camminate insieme a me, all’inizio vi sembrerà tutto strano e difficile, ma vi abituerete all’idea. Vi abituerete e arriverete a vedere le cose come sono veramente, semplici e pulite, e non come forse adesso le immaginate. Così sarete felici e permetterete anche a me di esserlo.

Per favore, venite ad abbracciarmi adesso.

Vostro figlio

 

Con questo post si conclude la mia guida al coming out con le bellissime illustrazioni di Cloud.

Presto troverete sul blog e sulla mia pagina facebook la versione .pdf che riassume tutti i post della guida in versione corretta e ampliata (illustrazioni comprese) così da poterla scaricare tranquillamente e, se volete, stamparla.

Naturalmente spero che circolerà il più possibile e che potrà essere d’aiuto a qualcuno. Spero anche che questo progetto vi sia piaciuto, che non vi abbia deluso e che vi abbia aiutato a fare un po’ di chiarezza sul tema del coming out. Sarò felice di ricevere i vostri pareri, suggerimenti o riflessioni all’indirizzo vulcanica.nessunarmadio@gmail.com.

Grazie a tutti per avermi seguita fin qui!

Vulcanica

A volte senti il cuore spezzarsi.

Il mio intento oggi era quello di concludere il Progetto Out of the Closet pubblicando il post conclusivo della guida, ovvero il facsimile di una lettera di coming out, che possa essere di ispirazione o di incoraggiamento a chi vuole dichiararsi ma non sa trovare le parole.
Però credo che aspetterò ancora un po’ a farlo, perché in questo momento non mi sento pronta. Non mi sento in grado di consigliare a qualcuno di fare coming out, oggi.

Io non credo di essere una persona negativa. Ho bene in mente, e mi sforzo di ricordarlo ogni giorno, che non è vero che le cose non cambieranno mai. Le cose cambiano.
Le cose cambiano perché oggi ci si scontra sul tema delle adozioni gay, ma fino a pochi anni fa neanche i più spregiudicati ottimisti avrebbero osato sperare nelle adozioni gay.
Le cose cambiano perché oggi ci lamentiamo che non si contrasti abbastanza il bullismo omofobico, ma fino a pochi anni fa quello non era neanche considerato bullismo, ma “la normalità”.
Le cose cambiano perché il coming out di Ellen Page nel 2014 ha fatto molto meno scalpore del coming out di Ellen Degeneres nel 1997, quando la sua carriera si arenò perché nessuno voleva più darle una parte.
Le cose cambiano perché le storie a lieto fine sono sempre di più, e sempre di più sono le persone per cui l’omosessualità è solo una variante fisiologica e normalissima dell’orientamento sessuale, e perché sempre di più sono i genitori che combattono accanto ai figli, e le associazioni, le campagne, persino i brand che (sebbene a scopo puramente commerciale) si fanno portavoci della spinta verso l’uguaglianza.
Le cose cambiano perché sono cambiate sempre, nella storia. Lentamente, con una lentezza esasperante, passo dopo passo.

Il problema è che le cose cambiano altrove, e ciascuno di noi ha tutt’al più ottanta o novant’anni da vivere.
Per chi è lgbt oggi, e ha bisogno di leggi e di diritti e di rassicurazioni e di sostegno adesso, è una magra consolazione il pensiero che tra cent’anni chi si trova nei suoi panni non patirà le stesse sofferenze. Un pensiero nobile, incoraggiante, ma non abbastanza per sconfiggere la paura e la tristezza e il dolore e l’umiliazione.
E io lo sento, questo dolore. Io che vivo in un’isola felice, con genitori e fratelli che mi hanno accettata, amici e colleghi che mi supportano al cento percento, nonostante tutto mi sento umiliata, mi sento addolorata quando giorno dopo giorno vedo questo paese calpestarmi e calpestare ciò che ho di più caro.
Perché non mi basta sapere che “prima o poi faremo una legge sulle unioni civili” quando negli altri paesi le coppie omosessuali sono già famiglia, lo sono oggi.
Perché non mi basta pensare che è una cosa bella che i miei genitori non mi abbiano cacciata di casa. Come se avessi assassinato qualcuno e dovessi essere grata a chiunque ritenga opportuno concedermi lo stesso la sua amicizia, il suo amore o il suo rispetto.
Perché in televisione c’è spazio solo per papa Francesco e il suo sinodo sulla famiglia, senza riguardo per le migliaia e migliaia di famiglie cui una chiesa che si finge progressista e che ha un’immensa influenza politica sbatte ancora la porta in faccia.
Perché mi tocca leggere sui social network discussioni di persone eterosessuali che pontificano sul fatto che sia o meno accettabile che io viva in un certo modo, che abbia una famiglia, dei figli, e che mettono in discussione senza conoscermi la mia capacità di crescerli, sulla base di nulla. Come se quella di cui parlano non fosse la mia vita.
Perché siamo persone, uomini e donne, cittadini, lavoratori, e siamo stufi di dover elemosinare un po’ di tolleranza, come se tutto questo non ci spettasse di diritto.

Perché non voglio più vedere mia madre imbarazzata quando le chiedono se ho un fidanzato.
Io vorrei che fosse libera di rispondere che ho una fidanzata e che sono felice.

Per questo motivo, oggi non me la sento di incoraggiarti a uscire fuori dall’armadio.
Ho solo voglia di abbracciarti e dirti di essere forte, che la vita non sarà facile, quando sarai fuori, anche se per te non è facile nemmeno adesso.
Ho solo voglia di dirti: “Rimanda a domani.”
Prima di fare coming out, trovati un amico che ti ami per ciò che sei, un amico su cui sai di poter contare, e tienilo stretto perché in tanti momenti potresti aver bisogno della sua spalla su cui piangere.
Prima di fare coming out e pensare ingenuamente, come me, che questo non ti cambierà la vita, rifletti a fondo sul mondo in cui vivi.
Prima di fare coming out prendi un bel respiro. Ti faranno del male ogni giorno. Ma è il male che fanno a tutte le persone intelligenti e sensibili, che siano gay o no.
Domani tornerò a incoraggiarti, a credere profondamente in quel che facciamo, nelle cose che stanno cambiando perché noi le stiamo cambiando.
Ma oggi mi sento solo di dirti: prima di fare coming out, prepara una valigia e tienila sotto il letto, perché in certi momenti la voglia di andartene da qui sarà fortissima.

Vulcanica