Io voglio solo essere me stessa!

“I tuoi lo sanno che sei gay?”

“Sì, gliel’ho detto subito. Non sarei mai riuscita a nasconderlo…”

“E come l’hanno presa?”

“Eh, poteva andare peggio. Certo, non è che fossero contenti…ma si sono rassegnati, diciamo. Per qualche mese però me la son vista brutta…”

“Ti capisco, sai? I miei non hanno mai accettato il fatto che stia con un ragazzo marocchino. Non è quello che volevano per me.”

Oppure:

“Ti capisco, sai? I miei non hanno mai accettato il fatto che abbia scelto di trasferirmi a Francoforte. Volevano che restassi vicina a casa.”

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Oppure:

“Ti capisco, sai? I miei non hanno mai accettato il fatto che io non voglia avere bambini. Per loro una donna che non ha figli non è davvero una donna…”

Oppure:

“Ti capisco, sai? I miei non hanno mai accettato che…”

Che faccia l’estetista invece che l’ingegnere. Che suoni la batteria invece che il piano. Che preghi Allah invece che Dio. Che…devo continuare? Ne ho sentite tante di risposte così.

Avete presente quelle frasi che si dicono sempre sugli animali domestici? “Non comprate ai bambini un cucciolo per soddisfare un capriccio, sono esseri viventi, non giocattoli…”

Ecco. Vorrei che si iniziasse a dirlo anche per i figli. Un figlio non è un giocattolo, non lo è da piccolo e non lo è nemmeno quando cresce. Se vuoi fare figli soltanto per giocare con loro come con delle barbie, con dei burattini, allora comprati un pupazzo.

Sei mio padre, sei mia madre. Hai messo al mondo una persona. Che cosa ti aspetti, che questa persona sia solo una pallida eco di te? Un riflesso vuoto? Se parliamo di “miracolo della vita”, è proprio perché è un miracolo: quello dell’autodeterminazione, della coscienza. Avermi messo al mondo non ti dà il diritto di negarmi questo! Che amore è, un amore che ha paura di me, di quel che diventerò?

Siate fieri dei vostri figli, di quel che raggiungono. Siate fieri della loro capacità di essere diversi da voi. Abbiate rispetto per i vostri figli, siate curiosi nei confronti delle cose che sanno fare, delle cose che amano fare, della vita che vogliono vivere. Non costringeteli a scegliere fra voi e i loro sogni. Altrimenti rischiate di perderli per sempre.

Vulcanica

 

 

 

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…di una mamma e di un papà

“Siamo una generazione di uomini cresciuti dalle donne. Mi chiedo se un’altra donna è veramente la risposta che ci serve.”

(Tyler Durden in Fight Club)

Vabè, siamo sinceri. Quando dicono che un bambino “ha bisogno di una mamma e di un papà”, non è il pensiero di un figlio cresciuto da due donne a tenerli svegli la notte. Sì, magari i più intransigenti hanno da ridire pure su quello, ma più che altro per l’idea che quelle due donne siano lesbiche e quindi poco raccomandabili. Poco “donne.” Del resto, in una coppia che contempla due vagine e due uteri, è decisamente scarsa la necessità di affitarne un terzo. Basta una provetta con un po’ di seme – o, per i più tradizionalisti, una sveltina con un amico generoso – e il bambino è fatto (lo so che non è così facile, sto semplificando, con intento volutamente provocatorio nel caso non sia chiaro).

Ma la cosa che proprio non va giù, quella che spinge a gridare allo scandalo e farsi il segno della croce, è l’idea di un figlio cresciuto da due uomini.
Perché quello è un bambino senza mamma. E per noi italiani, che della figura della madre facciamo un vanto nazionale, questo è inconcepibile. Se ammettiamo che un bambino possa essere cresciuto da due uomini, che ne è di tutta la retorica sulla maternità? I calcetti del bimbo nella pancia, il legame immediato, profondo e indissolubile tra la donna e il figlio che tiene in braccio per la prima volta, la dolcezza dell’allattamento al seno? A un bambino senza mamma, ovvero senza una figura femminile, chi prepara la pappa, cambia i pannolini, legge la favola della buonanotte? Chi va a parlare con le maestre (donne anche loro, ovviamente), chi cuce il vestito per la recita, chi le fa le trecce se è una femminuccia?

Diciamolo una volta per tutte. Questo schifo e orrore nei confronti dell’idea di un bambino cresciuto da due uomini non ha molto a che fare con l’omofobia (quello semmai è schifo e orrore nei confronti dell’idea di un bambino cresciuto da due omosessuali, ed è il passo successivo), ma ha a che fare col maschilismo.
Ha a che fare con l’idea che fare il genitore sia una cosa da donna.

Il padre tutt’al più può servire a scarrozzare i figli adolescenti in auto, a comprar loro di nascosto i giocattoli che la mamma severa ha vietato, ad alzare la voce e dare sculacciate quando i ragazzi prendono brutti voti, a insegnare ad andare in bicicletta. Il padre è quello che ordina e punisce, che a casa non c’è perché è a lavoro e “quando torna papà le prendi”, il padre è una figura per le grandi occasioni, non di ordinaria amministrazione. Non sa veramente cosa succede in famiglia. Quelle sono dinamiche a gestione femminile, pura economia domestica. Che se ne fa un bambino di un padre quando ha bisogno di essere accudito? Possibile che questo padre sappia non solo cucinare, lavare, stirare, ricordarsi tutti gli appuntamenti dell’agenda, fare i compiti col bambino, ma che sappia anche parlare di sentimenti, consolarlo quando è giù di morale, essere dolce quando ne ha bisogno? Possibile che sappia farlo bene quanto una donna? Andiamo, su, come si fa senza la mamma?

A rifletterci un po’, inizia ad essere evidente che questo elenco che ho fatto sopra, e che non è assolutamente esaustivo, è l’elenco delle cose che ci aspettiamo da una madre, da qualunque madre, in nome del suo essere donna (e quindi per definizione sensibile e materna) e in nome del legame biologico che ha stretto con il bambino, perché per nove mesi lo ha portato in grembo e poi lo ha partorito.
Se la mamma è adottiva, pazienza, non sarà mai madre quanto quella a cui hanno effettivamente tagliato il cordone ombelicale, ma almeno è una donna e quindi biologicamente predisposta a essere affettuosa e materna.
Per le persone che la pensano così ci sono alcune novità inquietanti. Non tutte le donne sono “madri” e non tutte le “madri” sono donne.
Ci sono donne, e ve lo assicuro perché io sono una di quelle, che non sarebbero capaci di fare da mamma nemmeno a un cactus.
“Eh ma dici così perché ancora non hai figli. Con i figli tuoi è diverso.”
Non ho figli, ma ho nipotini meravigliosi a cui voglio un bene dell’anima eppure non sono mai stata capace di tenerli in braccio o di giocare con loro o di dar loro la pappa. Sono donna (ma lesbica, quindi non del tutto donna, state pensando) ma ne sono totalmente incapace. E figli non ne voglio.
“Ah, ma cambierai idea quando l’orologio biologico si metterà a ticchettare.”
A un uomo che dichiara di non volere figli non dite mai che cambierà idea. Perché il suo orologio biologico non ticchetta: sono le donne che verso i trent’anni diventano nevrotiche se non partoriscono, vero? Ma se per fare figli ci vuole anche l’uomo, allora perché questo istinto alla riproduzione dovremmo sentirlo solo noi? Tutte e sole noi donne?
Spiacente, esistono donne di trenta, quaranta, cinquanta anni che non hanno mai voluto figli, non ne hanno avuti e non se ne sono mai pentite. E ne esistono altre – molte di più, purtroppo – che i figli non li volevano, ma li hanno avuti perché hanno ceduto alle pressioni sociali, alle aspettative (“e tu quando lo fai un bambino?”, “e i nipotini quando arrivano?”, domande che vengono rivolte sempre e solo alle donne) e poi si sono rivelate pessimi genitori. Non tutte le donne sono madri.
E non tutte le “madri” sono donne.

Per avere spirito materno non è necessario avere una vagina. Anche io ho avuto il tipico padre tradizionale, che esauriva il suo compito nel contesto familiare una volta portata a casa la pagnotta. Ha avuto tre figli e li ha amati con tutto il cuore, ma non ha mai saputo dirglielo. Il suo destino era quello di essere ignorato, al massimo temuto nelle rare occasioni in cui si arrabbiava. Non sapeva nulla di noi. I nostri voti a scuola, i giorni in cui avevamo la visita dal dottore, gli orari della piscina, il nome del ragazzino che ci piaceva, il nostro colore preferito: queste erano cose per mamma. Mamma era incatenata a noi, mamma era costretta a vivere attraverso di noi, a sacrificare se stessa e le proprie aspirazioni per tener testa, essenzialmente da sola, al compito incredibilmente difficile di traghettare tre mostriciattoli dall’infanzia all’età adulta (e in fondo anche oltre). Forse a mio padre sarebbe piaciuto partecipare, ma questo non rientrava nel suo ruolo. Tutto quel che sapeva di noi era quel che la mamma gli raccontava la sera a letto, prima di addormentarsi esausta. Il nostro modello “genitoriale” – che è culturale, non biologico! – è talmente sbilanciato verso la figura materna che diventa automaticamente impensabile pensare a una famiglia senza la Mamma. Quella che si occupa della casa, dei figli, praticamente di tutto.

La capacità di fare la madre non ti arriva a dodici anni insieme alle mestruazioni, ve lo garantisco. Lo impari facendolo, lo impari perché ti viene tramandato di generazione in generazione, e soprattutto lo impari perché fin da quando nasci ti senti ripetere che sei fatta per fare la mamma, sei fatta per occparti dei figli, che i maschi, poverini, anche se sono più intelligenti di te non sono proprio in grado di mettere su l’acqua per la pasta, quindi devi prenderti cura tu anche di loro. Te lo ripetono fino alla nausea, e ai ragazzi ripetono di pensare al calcio e alle moto, di non “farsi incastrare” da una donna, di stare attenti a non innamorarsi. Stereotipi, solo un enorme mucchio di inutili, ridicoli stereotipi.

Un uomo non è geneticamente incapace di accudire un figlio. Là dove l’istinto materno è stato ingigantito, esasperato, trasformato in un dogma a cui nessuna può sottrarsi e identificato come l’unico e più nobile compito che la donna deve proporsi di esaudire, quello paterno è stato minimizzato, ignorato, trascurato, perché l’uomo è stato educato a seppellire la parte più emotiva e intima di sé. Secoli e secoli di maschilismo ci hanno fatto questo.

Pensate a cosa significhi davvero fare il genitore. Pensate alle madri e ai padri che per i loro figli hanno sacrificato ogni cosa, a quelli che hanno lasciato il loro paese nella speranza che almeno il bambino arrivasse dall’altra parte del mare, a quelli che hanno venduto la loro dignità, i loro sogni, la loro stessa vita in cambio di un pezzo di pane per i loro figli, o in cambio di una promessa di libertà, che a volte è ancora più importante del pane. Pensate ai loro sacrifici, voi che ve ne state al caldo a pontificare su cosa è “per il bene dei bambini”, e vergognatevi.
Se credete davvero che tutto quel che una persona può dare a un figlio dipenda dal genere cui appartiene, se davvero pensate che un essere umano non sarebbe disposto, per il bene di suo figlio, a fare di tutto, fregandosene di quel che è “da uomo” e quel che è “da donna”, allora forse siete voi che non dovreste avere figli.

San Valentino

tenerti per mano e ridere fino alle lacrime,
correre sotto la pioggia gelida, nasconderci in macchina,
i tuoi capelli che mi fanno solletico sulle guance,
la fila alla cassa in libreria, comprare l’acqua al supermercato,
la lista dei film belli che non guarderemo mai,
le canzoni che mi fanno pensare a te, il caffè a notte fonda
e non riuscire a prender sonno finché tu non torni a casa.

 
amare ogni cosa che ami e chiederti scusa per le stupidaggini,
non essere mai d’accordo ma non litigare mai,
cantare a squarciagola, regalarci cioccolata e stare bene, stare bene,
come il giorno di natale, come a cena con gli amici, come il mare,
che mi manchi tutti i giorni, pure quando sei con me, ma non ci credi.

 

 
e pensare che c’è gente
che una cosa così immensa
la vorrebbe soffocare nel silenzio.

 

Vulcanica

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PS: Sì, lo so, è sdolcinato. Perdonatemi, specie quelli di voi che sono single e detestano i baci perugina e gli orsetti e il mese di febbraio.

Ma in questi giorni non fanno altro che rovesciarci addosso la merda peggiore, in tv, sui giornali, sui social, ovunque, e ho pensato che fosse giusto ricordarci anche che in fondo, pure senza diritti, pure discriminati, umiliati e insultati, siamo esseri umani. A volte esseri umani fortunati, a volte esseri umani felici.

#SvegliaItalia

Ringrazio tutti gli amici che hanno partecipato alla manifestazione per i diritti civili di sabato scorso, in cento piazze d’Italia, e in particolare quelli che si sono ricordati di noi e ci hanno inviato le loro foto.

Non mi interessa star qui a discutere sui numeri: un milione, mezzo milione, due milioni, poco importa. Anche se fossimo stati in cinque, saremmo state cinque persone coraggiose e dalla parte giusta della storia. E anche se al Family Day fossero dieci milioni, cento milioni, questo non mi smuoverebbe di un millimetro dal credere che si tratterebbe di dieci, cento milioni di cretini.

Ma una cosa è sicura: vedere decine e decine di piazze accendersi d’arcobaleno, vedere tante persone unite per una battaglia così bella, mi ha fatto sperare bene. Mi ha fatto sperare che forse il concetto di minoranza sia finalmente superato, che si inizi a capire che i diritti di uno sono i diritti di tutti e che una sola persona discriminata è una crepa in una società di cristallo, che può ridursi in pezzi in un attimo, se non si basa saldamente sull’ugaglianza e sul rispetto prima che su qualsiasi dogma morale o religioso.

Ringrazio Dio (per chi non lo sapesse, non quello nell’alto dei cieli, ma più prosaicamente la geniale co-amministratrice della nostra pagina facebook https://www.facebook.com/nessunarmadio/) per aver montato insieme queste immagini in un bellissimo collage, che ho scelto di usare come immagine della home page del blog perché non siamo più soltanto un pallido riflesso arcobaleno, ma siamo ormai carne, menti e cuori, siamo corteo e canto, siamo una forza della natura. Tutti insieme.

 

Vulcanica

Non mi arrendo

Sono ancora viva.
Me ne sono accorta stamattina.

Per un po’ ho avuto paura di non esserlo più. Perché durante le vacanze di Natale, a casa dei miei (che hanno la tv) sentivo al tg parlare di unioni civili e non chiedevo agli altri di stare zitti per poter ascoltare meglio. Anzi, voltavo la testa.
E in queste settimane, vedendo tutte le piazze d’Italia organizzarsi per la grande manifestazione del 23, non ho avuto voglia di partecipare.
Ho pensato, è finita. Ho pensato che non me ne importa più niente dello schifo che ho intorno.
Ho pensato che se la gente di questo paese è contenta di avere il family day, l’obiezione di coscienza, il sessismo da quattro soldi, i crocifissi e i presepi nelle scuole, allora così sia. Se tutto questo non fa incazzare, indignare, infiammare la popolazione, allora evidentemente è questo che vogliono. E io mi rassegno. Alla peggio, faccio i bagagli e me ne vado.

Non mi rassegno invece.
Me ne sono accorta stamattina, quando mi sono ritrovata a camminare su e giù per la mia stanza a denti stretti pensando: “Che cosa posso fare? Che cosa posso fare?”
Che cosa posso fare per cambiare le cose?
Perché io non sono più intelligente degli altri. Non sono migliore degli altri. Sono circondata da persone che la pensano come me, persone a cui non importa nulla se sto con un uomo o una donna, persone che non si sognerebbero di mettere in discussione la libertà di scelta della donna sul proprio corpo o di dire che se una viene stuprata “se l’è cercata”, persone che a sentire delle sentinelle che organizzano ronde di preghiera per bloccare una legge si fanno solo una risata.
Ed è questo il problema, non dobbiamo ridere, dobbiamo incazzarci. Non dobbiamo ignorarli. Non sono quattro gatti, sono quelli che hanno in mano il nostro paese.
Mentre noi ridiamo e li sfottiamo per la loro ignoranza e grettezza, loro intanto fanno e gestiscono le leggi. Loro intanto plasmano la società, e la nostra società al momento fa schifo.
Questo paese è pieno di gente in gamba. Però le persone in gamba o se ne vanno o si rassegnano o si limitano a farsi i fatti propri, cercando di ritagliarsi uno spazietto privato in cui respirare e dimenticare quel che accade al di fuori. Noi non offriamo un’alternativa. Un’alternativa laica, civile, seria da prendere in considerazione, e così la massa degli indifferenti, degli incerti, di quelli che pensano poco, finisce per farsi guidare da chi urla più forte. Che sono loro, sempre loro, gli stessi che bruciavano i libri in piazza non troppo tempo fa.

Ecco, io ancora non lo so che cosa posso fare. Probabilmente niente.
Ma sono ancora viva e continuerò a pensarci e ripensarci, a tentare di parlare, di cercare un modo per dare il mio contributo. Facciamolo tutti quanti, tutti insieme. Riprendiamoci il nostro paese, facciamoli tremare, facciamo capire loro che siamo stufi di tacere di fronte alle loro stronzate. Combattiamo!

Vulcanica

Amarezza

L’altra sera ero a una cena con un gruppo di amiche. Non ci vedevamo da un bel po’, è stato bello incontrarsi di nuovo tutte quante.

Abbiamo mangiato, chiacchierato, è stato divertente.

A un certo punto, mentre eravamo sedute a tavola per cena, mi sono guardata intorno. Eravamo quasi tutte coppie.

Alcune nate da pochi mesi, altre che durano da anni.

Persone che convivono e persone che ogni week end si fanno centinaia di chilometri in auto o in treno per poter stare qualche ora con la persona che amano.

Persone che per la legge non sono nessuno.

Non siamo come gli altri. Noi a volte per strada attiriamo gli sguardi, le risatine. Alcune di noi hanno paura a prendersi per mano, si vede. Si guardano, vorrebbero darsi un bacio ma non osano.

Siamo in pubblico.

Di solito io sono positiva, mi piace pensare che le cose cambiano, che dobbiamo essere pazienti. Ci vuole tanto tempo. E certe cose no, non cambieranno mai, ma noi possiamo essere felici lo stesso.

Però certe volte l’amarezza mi sommerge, mi travolge.

Penso all’ennesimo rinvio della legge sulle unioni civili, sono anni ormai che aspettiamo l’approvazione.

Penso alle persone che vogliono curarci, a quelli che protestano che noi corrompiamo i loro bambini.

E mi viene da piangere, davvero.

Una di noi parla di una coppia di amiche che ha deciso di sposarsi. Confetti, vestito bianco, ricevimento, tutto in grande stile.

All’estero, naturale. Qui da noi non si può.

Da noi c’è il registro delle unioni civili, dice qualcuno.

Sì, è vero, risponde un’altra. Ma non è un matrimonio.

No, è un registro, una roba simbolica. Un modo per dire che…che ci sei, insomma.

Lasciamo stare, cambiamo discorso. Nessuna di noi ha voglia di rovinarsi la serata pensando a queste cose.

E io credo che il cuore si stringa un po’ a tutte.

Vulcanica

Io non voglio essere gay!

5056831833_b417741f16_bSono un’ingenua, chi mi segue questo lo ha capito già da un po’. Diciamo che a volte ho difficoltà a rendermi conto di cose che invece per la maggior parte delle persone appaiono piuttosto lampanti. Ed è così che, dopo più di un anno che gestisco questo blog e parlo di coming out, diritti civili, amore, storie e speranze, mi rendo conto oggi per la prima volta di non aver mai affrontato uno degli argomenti più importanti, e uno dei primi di cui bisogna parlare.

Perdonatemi quindi se ci arrivo solo ora, avrete ormai compreso che a me piace fare le cose al contrario!

Quando ho sospettato per la prima volta di essere omosessuale, mi sono sentita elettrizzata. Incuriosita.

Dopo aver passato un po’ di tempo a riflettere e a cercare informazioni in giro per il web, quel che provavo ero un misto tra gioia e timore.

Timore perché magari stavo prendendo una grossa cantonata, perché non conoscevo lesbiche e non avevo nessuno con cui parlarne, perché mi chiedevo “come diavolo farò a incontrare una ragazza”.

Gioia perché mi pareva che improvvisamente il mio universo si allargasse, che ci fossero nuove prospettive, nuove esperienze da fare, gioia perché pensavo che forse quel che fino a quel momento era andato storto non dipendeva da una mia colpa o mancanza (o da una sfiga cosmica!) ma semplicemente dal fatto che cercavo la felicità nel posto sbagliato.

Insomma, quando ho scoperto di essere lesbica io ne sono stata contenta. Era come scoprire finalmente che se mi pareva che nessuno capisse quel che dicevo, quel che volevo, era perché parlavo un’altra lingua. E avrei potuto trovare altre persone che la parlassero, come in effetti è stato.

Nella mia sovrana ingenuità, non mi ero mai davvero resa conto, fino ad oggi, che ci sono persone che non sono affatto contente di scoprire di non essere etero. E non parlo delle difficoltà, delle discriminazioni, della paura di dirlo ai genitori o agli amici: tutto questo viene dopo.

Parlo di te stesso. Parlo di come ci si sente a essere omosessuale e non voler affatto esserlo.

Ecco, non sono la persona più adatta a spiegarlo, per le ragioni che ho descritto poco prima. Nella mia testa il pensiero che l’omosessualità possa essere un problema è sempre stato così remoto, così indefinito, così assurdo che non sono mai manco riuscita a immaginare quanto sia difficile accettarsi, perché proprio non ho mai percepito niente da accettare. Proprio questa mia ingenuità mi ha resa incauta e mi ha fatto correre un sacco di rischi, per esempio in relazione al fatto che io mi son sempre dichiarata con chiunque senza mai aspettarmi una reazione negativa.

Inizio a comprendere tutto questo solo adesso, perché è un po’ che leggo, ascolto e ricevo storie e riflessioni di persone lgbt, e molte di queste storie riflettono un dolore che per me è sconosciuto: il disprezzo verso se stessi, l’orrore di essere quel che si è. L’odio che ti spinge a ignorare, soffocare, sopprimere quella parte di te, a fingerti diverso da ciò che sei, a mentire tutto il tempo. Il desiderio di non essere omosessuale.

Perché?

Perché non sei contento di essere gay?

Credi davvero a tutti quelli che ti hanno detto che i tuoi desideri sono contro natura, che sei un errore del creato, che lo fai apposta per far del male ai tuoi genitori e a chi ti vuole bene?

Credi davvero a tutti quelli che ti hanno insegnato che donne e uomini sono come spine e prese e che esiste una sola combinazione possibile?

Credi davvero che il tuo sia un amore a metà, che non ti sentirai mai completo, che non troverai mai la persona giusta? Che non potrai mai avere o crescere dei figli?

Credi davvero che ci sia qualcosa di cui vergognarsi, di cui sentirsi in colpa?

Hai ragione, non è così strano. Da quando sei nato non hanno fatto altro che raccontarti storie su principi e principesse che vivono per sempre felici e contenti.

Da quando sei nato hai sempre sentito la parola “frocio” usata come un insulto.

Da quando sei nato hai sentito forse i tuoi insegnanti, i tuoi catechisti, i tuoi genitori o zii o nonni parlare sottovoce di qualcuno ammiccando, scherzarci su, fra battutine e doppi sensi. Magari li hai persino sentiti dire che preferiscono avere un figlio morto, o drogato, o in galera, che un figlio “come quelli lì”.

Beh, c’è una cosa che forse non ti ho ancora detto con sufficiente chiarezza.

Hanno torto loro, tutti quanti. Torto marcio.

Non sanno di che cazzo stanno parlando.

Se non ce la fai a pensare alla parola “gay” associata a te stesso, se l’idea ti fa così schifo che preferisci lacerarti le viscere ogni giorno nel mantenere il tuo segreto…

Se neanche quando sei da solo, al buio nel tuo letto, senza riuscire a prender sonno, ce la fai ad ammettere quello che provi…

Se quando ti hanno chiesto se sei omosessuale hai reagito con violenza come se ti avessero insultato…

Se continui a tentare di uscire con persone del sesso opposto e magari ti fidanzi con loro e ci vai a letto e ti senti un peso che ti schiaccia lo stomaco per tutto il tempo…

Se hai paura del domani, e del giorno dopo e di quello dopo ancora, perché ogni giorno quell’ombra è sempre lì che ti minaccia e non ce la fai a mandarla via…

Se hai lasciato andare quella persona perché iniziavi a volerle troppo bene, se hai perso quell’amicizia perché non riuscivi più a vederci solo un’amicizia…

Se certe volte hai la nausea per quanto ti odi, se i sogni continuano a tormentarti, se sei così abituato a tenere i denti stretti e i pugni chiusi che ormai non ci fai neanche più caso…

Lasciati andare.

Non sei obbligato a vivere così.

Questa cosa non finirà, sai? Non è questione di un mese o un anno o dieci anni. È tutta la tua vita. Sarà così per sempre e non ti ci abituerai mai, perché non ci si può abituare a farsi violenza.

Puoi pregare quanto vuoi, puoi sforzarti quanto vuoi, puoi persino fingere di essere “guarito”: non smetterai mai di sentirti così.

E non è essere gay che ti fa sentire di merda, è il fatto che non riesci ad accettarlo.

Non iniziare con le menate tipo che io non capisco, che il tuo caso è diverso, che non puoi essere gay, ma come mi permetto di pensarlo eccetera. Stai mentendo a te stesso, non certo a me, che di essere lesbica sono fiera e felice e me la godo alla grande.

Ti chiedo solo questo, anche se capisco che ti sto chiedendo una cosa enorme: provaci, per un istante.

Siamo solo io e te, non ci sente nessuno, non ci vede nessuno.

Per assurdo, per ipotesi, per gioco, solo per un attimo, facciamo finta che tu sia gay.

Facciamo finta che in quei desideri che non riesci a confessare a te stesso non ci sia proprio niente di male o di sbagliato.

Facciamo finta che tu, sì, proprio tu, incontri un’altra persona gay e possa stare insieme a lui. Starci insieme, baciarlo, fargli le coccole, farci sesso. Eh già.

Facciamo finta che tu non debba più mentire e rigirarti nel letto la notte. Facciamo finta che tu possa iniziare a pensare diversamente a “quei maledetti finocchi”, a non ricordarti più che cosa c’è di tanto ridicolo o di tanto schifoso, a pensare che al mondo c’è posto anche per loro in fin dei conti.

È tanto terribile?

Ma soprattutto: può essere più terribile di quello che stai già vivendo?

Vulcanica