In silenzio, ma ci sono.

Questo post è difficile da scrivere.

Non ho manie di grandezza (vabè, non troppo) e non penso certo che, siccome non ho scritto per qualche mese, centinaia di migliaia di lettori non abbiano dormito la notte – non sono mica George R. R. Martin, io!

Anzi, probabilmente non se ne è accorto nessuno.

Ma sarebbe comunque onesto, da parte mia, dare una giustificazione per questo silenzio che dispiace soprattutto a me, perché è la prima volta da quando ho aperto il blog che non ce la faccio a postare.

Non è perché non ho tempo, ne ho quanto ne avevo prima. Mancanza di idee? Sì, in un certo senso, ma è perché per avere delle idee devo pensare. Ed è come se ci fossero delle interferenze continue che mi impediscono di farlo.

Non parlo della mia vita personale sul blog, tranne episodi funzionali alle riflessioni che voglio fare o comunque legati alle tematiche lgbt+. Non è successo nulla di brutto, per fortuna, quindi non voglio far preoccupare nessuno, ma è un periodo un po’ così.

Ci tenevo a farvi sapere che non è che ho mollato il blog perché mi son stufata, o perché mi è passata la fissa lgbt+ e ho iniziato a dedicarmi ad altro, o perché non ho voglia.

Non scrivo perché in questo momento, in questo periodo, non ho niente di buono da scrivere. A volte bisogna star zitti e ascoltare, e la cosa migliore che può capitare è di imparare qualcosa.

Volevo farvi sapere anche che sono ancora qui, però. Che potete scrivermi, potete approfittare del mio silenzio per prendere il mio posto e mandarmi aneddoti o riflessioni da pubblicare, e che tornerò. Al momento giusto.

Vulcanica

 

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Liebster Award 2016 (…finalmente!)

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Scusate, scusate, scusate.

Non pubblico nulla da un mese e mezzo, credo sia un record…la mia scusante è che sto veramente passando un periodo di studio/lavoro intenso, quindi non mi restano abbastanza energie per pensare a qualcosa da scrivere!

Oggi però ho un paio d’ore libere e vorrei dedicarle a ricambiare la gentilezza di https://thechangeidliketoseeintheworld.wordpress.com/ e https://laportadellafrontiera.wordpress.com/ per avermi nominata per il Liebster Award.

Il fatto che, dopo un mese, non abbia ancora risposto ai vostri post potrebbe far pensare che non me ne freghi niente, ma in realtà non è così: ne sono davvero grata e contenta, anche perché è la prima volta che vengo nominata da due blog e mi fa molto piacere. Grazie di cuore e scusatemi ancora per il ritardo!

Siccome sono una pignola, mi sono andata a leggere il regolamento ufficiale di quest’anno (http://theglobalaussie.com/the-official-rules-of-the-liebster-award-2016/) e ora tenterò di rispettarlo il più possibile. Quindi mi viene chiesto di parlare del mio blog preferito, e qui già le cose si fanno difficili…siccome non son capace di scegliere, ho deciso di citare quello che seguo da meno tempo, e che per me quindi è ancora una novità: https://unalesbicainprovincia.wordpress.com/.

Al punto successivo del regolamento, mi si dice di dire dieci cose a caso su di me. Uhm, ci provo, anche se dato che il mio non è un blog personale ma un blog lgbt+, tenterò di attenermi a quest’argomento (ma per forza di cose parlerò anche d’altro perché non ho così tanto da dire sulla mia omosessualità…). Ecco le mie dieci cose (chi mi segue da tempo alcune di queste le conosce già):
1. Ho scoperto di non essere etero solo a 21 anni: prima ho avuto solo storie con ragazzi.

2. Quella dell’orientamento sessuale non è l’unica minoranza di cui faccio parte: sono anche mancina!

3. Sono la più piccola di tre figli.

4. Prima di rendermi conto di non essere etero non conoscevo nessuna ragazza lesbica…almeno, non che io sappia!

5. Non sono mai stata a una serata gay friendly o in un locale gay.

6. Contrariamente a quel che vorrebbe lo stereotipo, guido da schifo e non sono mai salita su una moto.

7. In accordo con quel che vorrebbe lo stereotipo, adoro le camicie a quadri e non mi trucco quasi mai.

8. Sono un’introversa e detesto la confusione.

9. Sono una frana praticamente in tutti gli sport.

10. Al numero uno nella top ten dei miei sogni erotici c’è Scarlett Johansson.

E questa è fatta! Passiamo ora alla parte in cui devo nominare almeno 5 blog con meno di 200 followers…La lista è la seguente:

https://ilragazzosopravvissuto.wordpress.com/

https://uomoinvisibile2015.wordpress.com/

https://leottodellasera.wordpress.com/

https://progettieducatividigenere.wordpress.com/

https://stiamotuttibene.com/

https://leftylesbian.wordpress.com/

https://sleepingsun87.wordpress.com/

https://iononsonosbagliata.wordpress.com/

E queste sono le 11 domande alle quali vi chiedo di rispondere:

  1. Sei in grado di nominare tre cose sulle quali hai cambiato idea nell’ultimo anno?
  2. Qual è la cosa che ti fa più paura?
  3. Se potessi cambiare una sola cosa di te stesso/a, quale sarebbe?
  4. E se potessi cambiare una sola cosa del mondo?
  5. Qual era (o è) la tua materia preferita a scuola?
  6. C’è un cibo che proprio non ce la fai a mangiare?
  7. Quando è stata l’ultima volta che hai pianto?
  8. Qual è la cosa più bella di avere un blog?
  9. Se non potessi più occuparti del tuo blog, a chi lo affideresti?
  10. Hai un biglietto aereo solo andata, gratis. Per dove?
  11. Se potessi incontrare il/la te stesso/a di quando avevi tredici anni, cosa gli/le diresti?

Ed ora, finalmente, tocca a me rispondere…Comincio dalle domande che ho ricevuto qui: https://laportadellafrontiera.wordpress.com/2016/09/18/liebster-award/

  1. “Ricordi il tuo primo giorno di scuola? Descrivilo in una frase.” Intendi proprio il primo primo? Tipo alle elementari? No, non mi ricordo niente…
  2. “Il tuo più grande rimpianto” A 16 ani ho avuto l’occasione di fare una vacanza studio in Inghilterra e non l’ho fatta. Grosso errore.
  3. “Il tuo più bel ricordo” Oddio, non lo so, ne ho così tanti…mi piace pensare che il più bello debba ancora arrivare.
  4. “Cosa volevi fare “da grande” quando eri bambin*?” La scrittrice!
  5. “Film preferito” Il Corvo.
  6. “Si può amare più di una persona contemporaneamente?” Sì.
  7. “Una riflessione a piacere sulla gelosia” La gelosia è una cosa naturale che l’uomo ha sviluppato per ragioni ambientali, evolutive. Questo non significa che sia giusta o sensata, è un sentimento arbitrario, ma penso che sia difficile non essere gelosi.
  8. “Pensi ancora al tuo primo amore?” No, penso a quello che ho ora!
  9. “Una riflessione a piacere sul femminismo” Credo che nessun uomo e nessuna donna decente possa dirsi non femminista e mi dispiace che così tante persone abbiano un’idea del femminismo come un movimento “radicale” o non più necessario.
  10. “Cosa pensi del tradimento?” Eh, che è una grossa fatica resistere alle tentazioni, e che non è vero che chi ama non ne prova. Non so se sarei capace di perdonare un tradimento, ma di comprenderlo sicuramente sì.
  11. “Cosa vorresti che ti accadesse domani?” C’è una certa mail che sto aspettando da giorni, con una certa borsa di studio su cui mi piacerebbe tanto mettere le mani!

E ora passo alle 11 domande che ho ricevuto qui: https://thechangeidliketoseeintheworld.wordpress.com/2016/09/04/liebster-award-2016/

1) “Se potessi tornare indietro nel tempo, qual è la prima cosa che cambieresti? E quella che invece non cambieresti mai?” Non cambierei niente. So che suona retorico, ma è la verità: ho paura dell’effetto farfalla. E se cambio e poi le cose vanno peggio? Ora come ora la mia vita è felice, quindi…ho troppo da perdere per cambiare anche solo una virgola!
2) “Se ti dicessero che hai un’unica possibilità di ricostruire il rapporto con qualcuno, da chi andresti?” Da nessuno. Ci sono molte persone che ho perso in questi anni, persone a cui tenevo moltissimo, anche persone che amavo, e spesso la colpa è stata mia. Ma c’è un motivo se è successo. Preferisco fare a meno di loro piuttosto che ricostruire un rapporto che fa del male a entrambe le parti.
3) “Dove ti vedi tra 5 anni?” Dove mi vedo o dove spero di essere? Mi vedo a studiare. E spero di essere una ricercatrice!
4) “Stai lottando per realizzare te stesso e i tuoi sogni?” Sì, ce la sto mettendo tutta.
5) “Qual è il segreto che non hai mai voluto rivelare di te?” E ti pare che lo vengo a scrivere qui? Ahaha no, scherzi a parte, direi che non ce ne sono. Non mi faccio molti problemi a parlare di me, anzi.
6) “Se ti dico “spensieratezza” , qual è il primo ricordo che ti viene in mente?” Questa è proprio difficile. La spensieratezza non è un concetto che riesca ad associare facilmente alla mia personalità…sono stata felice molte volte, o allegra, ma spensierata non direi. Nemmeno quando ero molto piccola.
7) “Se ti dico “delusione”, invece?” Il mio terzo anno di università. Ho avuto una crisi enorme e ho rischiato di mollare tutti i miei progetti, è stato molto doloroso.
8) “Ti sei mai pentito di aver detto una bugia anche se a fin di bene? Se sì, come è andata?” Non credo, no. Di bugie ne ho dette, ma non penso di essermene mai pentita.
9) “Credi nel vero amore?” Credo nell’amore. Esistono amori sbagliati, dolorosi, distruttivi, felici, equilibrati, freddi, ma sono tutti quanti veri.
10) “Come ti vedi adesso? Credi che le persone che ti vogliono bene vedano di te la stessa immagine?” Io mi vedo come una persona che sta crescendo, che si sforza di mettersi in discussione e di imparare da ciò che ha intorno. Non so cosa pensi di me chi mi vuole bene, spesso  ciò che mi dicono mi sorprende, quindi forse il loro punto di vista è differente…
11) “Come reagiresti a una situazione di pericolo o a una aggressione verso un soggetto più debole?” Non lo so. A parole mi piace pensare che interverrei per oppormi all’ingiustizia, ma nei fatti so che essere coraggiosi ha un prezzo e non posso prevedere se sarei in grado di fare ciò che è giusto. Spero di sì, perché quel che è certo è che in caso contrario me ne pentirei.

Beh, mi pare di aver rispettato tutti i punti del regolamento quindi…grazie ancora a chi mi ha nominato!

Vulcanica

Sono davvero solo gli altri a essere irrazionali?

Sapete cos’è un bias cognitivo?

No, non avete sbagliato link, siamo su Nessun Armadio. Di solito parliamo di omosessualità e dintorni. Ma oggi no, o non solo: ho voglia di scrivere qualcosa su un argomento che aiuterà tutti noi a capire meglio che cosa succede quando raccogliamo informazioni o dialoghiamo con altre persone, e a comportarci di conseguenza.
Utile nella vita di chiunque, ancor più nella vita di chi si occupa di questioni lgbt+.

Ma procediamo con ordine e spieghiamo innanzitutto cos’è un bias cognitivo e perché dovrebbe interessarci. Anticipo che queste cose io non le ho studiate, vi riporto le informazioni che ho trovato in giro nel modo più accurato possibile, ma se tra chi mi legge c’è qualcuno che ha competenze specifiche in psicologia o scienze cognitive e ha voglia di correggermi o migliorare ciò che dico ne son solo contenta.
In poche parole, un bias cognitivo è una sorta di “pregiudizio”, un comportamento istintivo che mettiamo in atto quando abbiamo a che fare con informazioni nuove. Per esempio, quando ascoltiamo o leggiamo le notizie, ci viene naturale considerare più attendibili quelle che confermano i punti di vista piuttosto che quelle che li mettono in discussione. Ma non solo: sono tanti i comportamenti più o meno inconsapevoli che rendono il nostro giudizio meno “obiettivo” e razionale di quel che vorremmo, per esempio, tendiamo a valutare le nostre esperienze come statisticamente più significative rispetto a quelle altrui; a credere più facilmente a quello in cui vogliamo credere (perché supporta la nostra visione del mondo o perché lo troviamo rassicurante); a essere eccessivamente fiduciosi oppure eccessivamente sospettosi nei confronti delle novità, senza una base ragionevole; a ignorare alcune informazioni e a concentrarci su altri in base all’emotività.

Alcuni esempi? L’effetto placebo è un caso famoso e ben documentato. Se mi metto a vendere bottigliette d’acqua fresca spacciandola per una pozione contro il mal di testa, molte persone la berranno e sentiranno davvero il proprio mal di testa alleviarsi, in un fenomeno di autosuggestione. O ancora, la stessa azione positiva compiuta da una persona che appartiene al nostro stesso “clan” (sia questo definito dall’appartenenza politica, religiosa, nazionale o così via) ci sembra più importante e meritevole di quanto ci sembrerebbe se fosse compiuta da una persona di un “clan” avversario (qualcuno, in pratica, che la pensa diversamente da noi) e lo stesso con le azioni negative. La stessa cosa accade quando siamo terrorizzati dall’eventualità di morire in un incidente aereo o attaccati da uno squalo, ma prendiamo l’auto ogni giorno senza alcuna difficoltà (pur sapendo, razionalmente, che la probabilità di rimanere coinvolti in un incidente automobilistico è molto maggiore delle altre due). Ancora un esempio: avete presente quando notate una particolare coincidenza, per esempio la presenza ricorrente di un certo numero o colore per un po’ di giorni, e dopo esservene accorti iniziate a trovarlo ovunque? Così, se avete un ritardo nel ciclo vi pare che improvvisamente le strade siano piene di donne col pancione, se vi siete appena messi gli occhiali scoprite di essere circondati da miopi e così via.

So cosa state pensando: “Nah, a me non succede”. Sì che succede, ve lo assicuro: succede a me, a voi, a tutti. Sicuramente alcune persone sono più suggestionabili o ingenue di altre, ma nessuno di noi può pensare di essere immune a questi vizi, perché fanno parte del modo in cui conosciamo il mondo e interagiamo con esso.
Tutto questo non dipende dal fatto che siamo superstiziosi, stupidi o male informati, ma è una specie di “trucchetto” che la mente ci gioca. Perché? La risposta è la solita: si tratta di una strategia di sopravvivenza che si è dimostrata evolutivamente vincente. La nostra mente si affanna a cercare un senso o uno schema anche dove non c’è e cerca di risparmiare energie spingendoci a difendere le nostre idee, così come la nostra appartenenza a una “tribù” di persone che la pensano allo stesso modo, piuttosto che indurci a mettere in discussione quello in cui crediamo, rischiando così di perdere l’appoggio di chi ci sta intorno.
Ciò che ho detto fin qui, come già ribadito all’inizio del post, è la sintesi di quel che ho trovato in giro per il web interessandomi a questa tematica. Non mi piace parlare di cose che non conosco e fare l'”esperta” in campi che non mi competono, quindi questo post non ha l’obiettivo di fornire un resoconto esaustivo ma solo quello di suscitare in voi un po’ di curiosità sul tema. Non prendete per oro colato quel che dico ma, se vi interessa, fate le vostre ricerche e se trovate qualcosa che non va per favore fatemelo notare, sarò contenta di correggermi.

Ora veniamo al punto: perché parlo di bias cognitivi su un blog che si occupa di orientamento sessuale?
Perché nel mondo in cui viviamo certi argomenti sono spesso oggetto di discussioni più o meno accese. Ricordiamo tutti gli interminabili dibattiti sulle unioni civili e sull’utero in affito; tutti noi, o quasi, siamo stati coinvolti in discorsi allucinanti con fanatici religiosi o bigotti medievalisti che credono che gli omosessuali siano la prole di Satana. Senza arrivare a questi estremi, insomma, tutti ci siamo ritrovati a discutere di omosessualità, famiglie arcobaleno, legislazione a tutela degli lgbt+ e così via.
E tutti, me per prima, ci siamo trovati a bocca aperta di fronte a una scoperta tanto semplice quanto sconcertante: certe cose che a noi sembrano profondamente e indiscutibilmente giuste (es. il fatto che essere gay non sia una malattia) ad altre persone sembrano altrettanto indiscutibilmente sbagliate, e viceversa. Siamo attaccatissimi alle nostre posizioni, che ovviamente per noi sono quelle giuste – “è talmente ovvio, come fai a non vederlo?” – e ci restiamo male a scoprire che gli altri sono altrettanto attaccati alle proprie, che sono palesemente sbagliate ai nostri occhi.
Per molti di noi, infine, questo tema è più che una disquisizione accademica da social network, ma ci tocca nel profondo. Quando proviamo a raccontare ai nostri genitori, fratelli, amici della nostra identità di genere o orientamento sessuale e ci troviamo di fronte a un muro, il dolore è terribile.

Ora, sapere cos’è un bias cognitivo non risolverà tutti i nostri problemi di comunicazione, anzi. Però secondo me può essere utile e istruttivo.
Per renderci conto che nessuno di noi è perfettamente razionale e oggettivo, e che quindi quando parliamo di certe cose l’emotività va tenuta in gran conto, perché è inevitabilmente legata alle opinioni e alle idee di ciascuno di noi.
Ma anche per capire quanto è difficile cambiare idea, e quindi per non sottovalutare l’enorme sforzo che ci vuole a mettere in discussione una convinzione, magari radicata fin dall’infanzia.
Infine, per sapere che noi stessi siamo affetti da questi “pregiudizi” istintivi, e che quindi non basta avere “una mente aperta” ma bisogna sforzarci continuamente, sottoponendo noi stessi al vaglio della ragione, chiedendoci: sto davvero guardando questo problema da tutti i punti di vista? Potrei cercare altre prospettive? Mi sono davvero informato in maniera imparziale o mi sono limitato a prestare orecchio solo alle fonti da cui sapevo di veder confermate le mie aspettative?

Che ci guadagniamo? Non tanto la possibilità di convincere gli altri che le nostre prese di posizione sono più consapevoli e giustificate (e chi dice che lo siano?) quanto la possibilità di comprendere meglio i punti di vista diversi e di esercitare il nostro senso critico e la nostra razionalità.
Questo è utile a tutti, per tante ragioni credo che sia utile in particolare a chi si occupa di questioni lgbt+ e altre tematiche sensibili.
Che ne pensate?

Vulcanica

PS: se vi interessa una bibliografia, ho semplicemente digitato “cognitive bias” su google e letto i risultati delle prime due pagine di ricerca.

Cosa mi ha insegnato essere lesbica

adaymag-girl-to-woman-30-03Lo so, lo so. Il titolo è un po’ presuntuoso. Un post con un titolo del genere andrebbe scritto dopo una vita intera d’omosessualità, non dopo tre anni appena. Ma, a costo di apparire una che se la tira, io ci provo lo stesso, e sarò ben contenta di integrare ciò che scrivo con le esperienze e le impressioni di chiunque vorrà raccontarmi la sua.

Intanto, “essere” lesbica di per sé non insegna nulla, come essere etero o pansessuale o qualsiasi altra cosa. Ma scoprirsi lesbica sì.
Prima di scoprire di essere attratta dalle donne, io al mondo lgbt non avevo mai pensato.
Se me lo aveste chiesto, vi avrei detto che sì, che diamine, ero favorevole alle nozze gay e alle adozioni gay.
Se me lo aveste chiesto, vi avrei detto che no, vedere due uomini o due donne che si baciano non mi dava fastidio proprio per niente.
Ma non avrei saputo dirvi altro.
E questa è la prima cosa che ho notato, a posteriori: non ero abbastanza interessata. Del gay pride sapevo soltanto che era una festa colorata, dei diritti civili sapevo soltanto che in Italia non ce n’erano e in qualche paese del nord Europa sì. Fine. Non è che non me ne fregasse nulla, semplicemente non era la mia vita.

 
In questi anni, invece, ho scoperto che ci sono tantissime persone eterosessuali e cisgender che si occupano attivamente del mondo lgbt+, che si sentono davvero coinvolte in prima persona, che chiedono uguali diritti non per se stessi o per i loro familiari e amici ma per tutti, anche per le persone che non conoscono. Questo è bello, è davvero bello. Rispetto e ammiro tutti i nostri “straight allies”, come dicono gli anglosassoni: i nostri alleati, i nostri amici che sfilano con noi e s’incazzano con noi e si fanno gonfiare il fegato con noi anche se potrebbero lavarsene le mani.
La prima cosa che scoprirmi lesbica mi ha insegnato è propria questa: la solidarietà. Non la mia, ma quella degli altri, gratuita, disinteressata.

 
E aggiungo: sapermi lesbica ha reso molto più difficile essere indifferente a ogni altra cosa. Ho avuto modo di scoprire, per fortuna più attraverso testimonianze di altre persone che sulla mia pelle, come sia convivere con la paura, con la vergogna, con l’incertezza. Ho sperimentato anche io come ci si sente quando “essere te stesso” diventa più di uno slogan da scrivere su facebook, diventa una sfida ogni giorno. La parola “diverso” ha cambiato sapore, è diventata qualcosa di molto più vicino, più concreto.
Per questo, chiamatela empatia, chiamatela consapevolezza, adesso mi è più difficile pensare che certe cose “non siano affari miei”, anche se non mi riguardano direttamente. Il punto è che per vent’anni sono vissuta in un mondo completamente eterosessuale, senza neanche sospettare l’esistenza di un universo totalmente diverso, e non perché questo si nascondesse, ma semplicemente perché io non ero attenta. Allo stesso modo adesso comprendo quanti altri ce ne possano essere, di universi pieni di vite e speranze e sogni e difficoltà di cui non so proprio niente. Questo mi porta a giudicare meno. A tentare di stabilire delle connessioni con gli altri, di ascoltare senza imporre loro i miei schemi mentali, perché questi schemi mentali sono terribilmente limitati alla realtà che conosco.
E la realtà che conosco è soltanto una parte infinitesima dei modi in cui la vita può essere vissuta, tutti ugualmente vivi e immensi, non importa se a sperimentarli sia il novantanove per cento della popolazione o solo l’un per cento.

 
Infinite variabili: dalle più classiche – la nazionalità, il colore della pelle, la fede religiosa, lo status economico, l’orientamento sessuale, l’identità di genere – a quelle più sottili – il modo di vivere le amicizie e le relazioni, il raporto con i familiari, in ultima analisi la storia personale di ognuno di noi. Ognuna delle centinaia di persone con cui interagiamo ogni giorno è una miscela di tutto questo, e della stragrande maggior parte di ciò che vive, prova e pensa io non posso capire assolutamente nulla.
Di nuovo: ho scoperto l’acqua calda, sì. Che ci posso fare se la passione per le tette mi ha dato una mano a rendermene conto? XD

 
Lo so, sto dicendo delle banalità, in fin dei conti.
E no, non serve essere lesbica per capire queste cose. Dico solo che la scoperta della mia omosessualità ha aiutato me ad entrare in contatto con una prospettiva diversa. Ciascuno può arrivarci nel proprio modo, attraverso tutte le esperienze che scardinano le certezze, che mettono in dubbio i modelli di vita. In teoria siamo tutti molto bravi, ma in pratica ci vuole molta umiltà per ammettere che ognuno di noi può cambiare idea, e che le nostre posizioni e le nostre vite non sono per niente solide come immaginiamo.

 
Perché anche questo ho scoperto, negli ultimi tre anni. Quest’omosessualità del tutto insospettata mi ha cambiato la vita – non potrebbe essere diversamente – e ha influenzato il mio rapporto con me stessa e con le altre persone. Mi ha resa più forte, più decisa, ma anche molto più cauta. Mi ha portata a sfidare il mio idealismo e a riconoscere tanti dei miei limiti e dei limiti delle altre persone. Mi ha ferita, spesso, perché cose che prima non mi riguardavano adesso bruciano fino alla carne viva. Mi ha spinta a riconoscere il valore delle persone meravigliose che ho intorno, i miei familiari e i miei amici.
Per una maniaca del controllo come me, è difficile accettare l’idea che la vita segua la sua strada indipendentemente dai piani che hai per lei. E tutto questo di certo non era nei miei piani, non perché non lo volessi, ma perché neanche immaginavo di poterlo volere.

 
Insomma, per concludere questo post troppo lungo, essere lesbica mi ha insegnato che un piccolo spostamento di prospettiva cambia drammaticamente tutto ciò che vediamo. Mi ha incoraggiato a non guardare le cose soltanto dal punto di vista più semplice, quello frontale, in piena vista, ma di cercare angoli nascosti, di fare attenzione anche alle ombre, di rendermi conto che quel che a volte viene etichettato semplicemente come “minoritario” e quindi ininfluente nasconde in realtà un potere enorme.
Il potere di cambiare noi stessi. Il potere di cambiare il mondo.

 
Vulcanica

We are proud!

Da quando il mondo si è accorto che esistono le persone lgbt, è pieno di gente che parla di noi.
C’è gente che fonda la sua campagna elettorale su di noi, gente che manifesta contro di noi, gente che in classe o al lavoro o a casa o in treno si mette a parlare di noi. Siamo contronatura o no? Dovremmo essere tollerati o no? I bambini, siamo capaci di crescerli o no? E il modo in cui scopiamo, in cui viviamo, in cui lavoriamo, il modo in cui ci vestiamo, il modo in cui parliamo, le trasmissioni tv che guardiamo. Se siamo nati così o ci siamo diventati frequentando le compagnie sbagliate, se il buon dio ci ha fatti così per mettere alla prova i nostri genitori o per far loro scontare certe vecchie colpe, se dovremmo essere aiutati a guarire o soltanto a vivere sopportando questa croce.

Queste persone che parlano di noi non sanno niente di noi.
Non hanno mai sentito il suono dei singhiozzi di tua madre che piange perché sua figlia esce con una ragazza.
Non sanno com’è quando hai bisogno di tastare il terreno ogni volta che parli della tua vita con qualcuno.
Non conoscono quella determinazione disperata che ti prende dentro, quando ti rendi conto che forse dovrai scegliere tra la tua famiglia e la persona con cui vuoi stare. E prima ancora, la persona che sei.
Loro non sono mai stati svegli nel letto, a parlare col soffitto, chiedendosi: come andrà a finire? Potremo vivere insieme? Potremo avere una famiglia? Dovremo scappare via?
Non hanno mai avuto paura, presentandosi all’hotel per una vacanza insieme, che la signora alla receptionist facesse storie per la camera matrimoniale, e non hanno mai dovuto inventarsi un compleanno per spiegare un mazzo di fiori, o guardarsi intorno prima di stringere la mano a qualcuno, per controllare che nessuno stesse osservando.
Non conoscono la sensazione di quando uno sguardo, una risatina, un commento sussurrato ti risvegliano da quel piccolo, innocente spicchio di felicità che stai vivendo e ti ricordano che per te niente è gratuito.
Tutto va pagato. Ogni bacio, ogni parola d’amore, ogni desiderio.

Le persone che parlano di noi non sanno come sia essere noi, e non ce lo chiedono.
Non vogliono saperlo.
Non hanno voglia di sentir parlare di quel che passa un ragazzino gay a scuola. Di quel che trova, quando dopo la scuola torna a casa. Della paura che lo accompagna tutti i giorni.
Non hanno voglia di domandarsi cosa si prova davvero quando quello su cui tutti raccontano barzellette “innocenti” sei TU.
Non interessa, a loro, scoprire quanto coraggio e quanta forza ci vuole per andare avanti senza vergognarsi di ciò che sei, senza cedere alla tentazione di nasconderlo.
Non sanno e non vogliono sapere com’è avere paura per la persona che ami, paura per te stesso. Paura che la sua famiglia le proibisca di vederti. Paura che il suo datore di lavoro lo scopra e la licenzi. Paura che qualcuno la insulti, la spaventi, la picchi, la faccia star male.

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Sì che ho paura.
E questo tipo di paura ti scava dentro un po’ ogni giorno, ti rende triste, duro, cattivo. Ti toglie ogni fiducia verso il prossimo. Erode ogni speranza che hai per il futuro.
Perché sai che, anche se dovessi campare cent’anni, non farai in tempo a veder sorgere il giorno in cui questa paura farà parte del passato. Puoi metterti al riparo. Puoi circondarti di persone che capiscano, puoi fuggire dai pregiudizi e dalla cattiveria, puoi trovare un posto sicuro e starci bene, ed essere felice. Puoi anche essere la persona più felice del mondo, ma saprai sempre che là fuori quella cosa c’è ancora.
Se sbagli strada, se parli con la persona sbagliata, se leggi il giornale sbagliato, se visiti il paese sbagliato, quella cosa comparirà di nuovo, e ti farà ancora paura.
Ognuno di noi l’ha vissuto, per questo siamo orgogliosi. Per questo portiamo in strada le bandiere arcobaleno, parliamo e ci raccontiamo e ci sosteniamo a vicenda e combattiamo e festeggiamo ogni volta che c’è qualcosa da festeggiare, difendiamo i nostri figli e spieghiamo quello che siamo e cerchiamo il dialogo e non ci arrendiamo, no, non ci arrendiamo mai.
Perché non possiamo dimenticarcela neanche per un istante, quella paura che abbiamo provato tutti almeno una volta. E neanche per un istante smettiamo di pensare che in questo preciso momento, da qualche parte, qualcuno sta piangendo.
Qualcuno sta pensando di farla finita.
Qualcuno si sente completamente solo al mondo.

Noi siamo qui.
Noi siamo quelli sbagliati, quelli diversi, quelli da cui stare alla larga.
Siamo noi, quelli che non vogliono più stare negli armadi e che pretendono diritti e leggi e sicurezza e dignità.
Siamo qui, con le nostre storie, le nostre emozioni e tutta la nostra paura.
Siamo qui con le nostre voci e non staremo zitti, mai più.

Vulcanica

Dell’arte di scegliersi gli amici

Ok, respirone: questo è un post polemico. Qualcuno potrebbe rimanerci male. E no, stavolta non saranno i cattolici, tanto per cambiare!
Però se non dicessi quel che penso, anche quando può offendere qualcuno, il blog non servirebbe a nulla. E magari questa volta mi sbaglio, perciò spero che qualche lettore avrà la pazienza di illuminarmi e di farmi capire questo fenomeno.

Dopo la premessa conciliante, il tema è questo: avete presente quanto ci incazziamo quando gli omofobi iniziano le loro tiritere con il proverbiale “Ho tanti amici gay, ma…”? Ecco. La mia domanda di oggi è al contrario: com’è che noi abbiamo tanti amici omofobi?
E parlo di amici, sia chiaro.
La famiglia non te la scegli, i colleghi di lavoro o compagni di scuola nemmeno. Ma gli amici sì.

Perciò quando sento persone che mi dicono: “Ho la bacheca di facebook piena di questa roba sul gender”, mi viene da chiedere: e com’è che tra i tuoi contatti facebook è pieno di bigotti ignoranti?
Quando sento persone che mi dicono: “Non ho detto ai miei amici che sono gay perché ho paura che la prendano male”, mi viene da chiedere: e com’è che hai degli amici di merda? E ti fai anche scrupoli all’idea di rischiare di perderli?

Ora, anche se quando scrivo sul blog e sulla pagina cerco sempre di essere positiva, incoraggiante e simpatica (non so quanto ci riesca), io nella vita ho un pessimo carattere. Ho molti più ex amici che amici e per una ragione molto semplice: taglio i ponti. Pure troppo. Non sono il tipo di persona che passa sopra a tutto in nome di un’amicizia storica o del quieto vivere. Non dico che sia giusto ciò che faccio, ma sono fatta così. Quindi mi riesce particolarmente difficile capire che senso abbia continuare a tener vivi dei rapporti con persone che sono così grette e ignoranti da discriminare qualcuno in base al suo orientamento sessuale. Se a essere omofobi sono tuo padre, tua madre, il tuo datore di lavoro, lo capisco che sia molto difficile, perché quella non è gente con cui puoi chiudere da un giorno all’altro.
Ma gli amici? Le persone che tu stesso scegli di frequentare?
Tanti mi rispondono: “Ma no, non sono amici, è che sono conoscenti quindi abbiamo l’amicizia su facebook.”
Bene, toglietela. E se vi va, o se vi fanno domande, spiegate pure perché. Non dico di essere maleducati, basta spiegare: “Le tue opinioni mi infastidiscono e mi feriscono”.
“Eh ma non sta bene.”
Ah non sta bene? Loro ci insultano, ci disprezzano, e non sta bene se noi proviamo a reagire?
Ma come pensiamo di cambiarlo il mondo, se abbiamo paura di fare un dispetto a qualcuno, se non altro allo scopo di aiutarlo ad aprire gli occhi?
Non siamo NOI che dobbiamo essere timidi. Se uno è fascista, se è ignorante, se è un cretino che non sa distinguere una buona fonte da un sito spazzatura, se è un omofobo è LUI che si deve vergognare, e NOI abbiamo la libertà e anche il dovere di farlo vergognare. Altrimenti, con questa scusa delle buone maniere, va a finire che dobbiamo anche ringraziare chi ci pesta sugli autobus, chi ci caccia dai ristoranti, chi manifesta contro i nostri diritti.
Lo ripeterò finché avrò fiato: LORO HANNO TORTO. E secondo me stare zitti, fare buon viso a cattivo gioco significa dargli quasi ragione, concedere loro una licenza che li autorizza a continuare a pensarla così e a propagandare le loro idee.
Non è vero che tutte le opinioni vanno rispettate, non quelle che ledono la dignità di altri esseri umani. E avere almeno il coraggio di farlo presente alle persone che conosciamo mi pare un buon inizio.
Che poi, chissà, magari qualcuno di loro il dubbio se lo pone. Magari si informa, o ci fa delle domande, e va a finire che cambia idea. Perché per cambiare il mondo bisogna far cambiare idea alle persone, una alla volta, e per farlo bisogna incontrarsi, certe volte scontrarsi.
E in ultima analisi, se non altro, togliere il saluto a certa gente è davvero una bella soddisfazione.

Vulcanica

L’arcobaleno e lo schermo

Ho sostenuto fin dalla nascita di questo blog che il punto cruciale della battaglia lgbt+ oggi è la visibilità. Se le rivolte di Stonewall hanno avuto luogo in strada e nelle piazze, quelle di oggi devono avvenire sui social. Questo è un bene o un male? Rispecchia una degenerazione morale o una nuova dimensione comunitaria? Non lo so e non sta a me dirlo, ma il dato di fatto è questo: la tv e, in misura molto maggiore, i social ci permettono di raggiungere milioni di persone, di comunicare con tantissima gente che viene da tutto il mondo.
Visibilità significa permettere a persone che del mondo lgbt non sanno nulla di conoscere la nostra realtà, di conoscerla tramite le nostre parole invece che per sentito dire, per pregiudizi e per stereotipi. Certo, come parliamo noi, parlano anche Adinolfi e compari, ma non possiamo farci proprio nulla: l’informazione digitale è selvaggia e di sicuro chi non vuole informarsi troverà sempre il modo di non farlo. Tutti leggiamo e vediamo solo quel che vogliamo leggere e vedere, anche col mezzo d’informazione più potente del mondo. Ma almeno, grazie soprattutto a Internet, chi vuole adesso può conoscere l’altra faccia della medaglia. E quella per la visibilità positiva è la battaglia che stiamo combattendo.

Riguardo alla tv, il discorso è un po’ diverso e mi lascia qualche perplessità. Infatti non è il mondo a cui appartengo. Io ho 24 anni e la televisione non la guardo quasi mai, escluso qualche film, anche se preferisco lo streaming. Neanche i telegiornali mi entusiasmano troppo, quando posso consultare direttamente le agenzie di stampa in tempo reale e confrontare più fonti tramite il web.

Perché questa lunga premessa? Per parlare del modo in cui il mondo lgbt è rappresentato in tv. Ed è importante, molto, se pensiamo che la popolazione italiana è vecchia e va invecchiando e che quindi la stragrande maggioranza degli italiani ha ancora molta più confidenza con la tv che con Internet. I miei genitori non sanno neanche accendere il pc, la maggior parte dei loro coetanei magari sta su facebook, ma niente di più. Tante persone non sanno l’inglese e sono costrette quindi a limitarsi ai siti e alle pagine fb in lingua italiana, il che credo faccia una grande differenza. E allora, mentre la grande rivoluzione arcobaleno attraversa tutto il mondo occidentale e l’Italia sta in panchina a guardare facendo una fatica immensa per approvare una legge piccola piccola, la domanda è: queste persone come percepiscono tutto questo?
Cosa ci hanno capito, i nostri genitori, i nostri nonni, del mondo lgbt? Quanto è cambiato il loro punto di vista rispetto a vent’anni fa e in che modo?

Negli ultimi tempi la tv si è “riempita” di riferimenti all’omosessualità. Ma in che modo? Ricordiamo tutti il livello imbarazzante dei dibattiti sulla Cirinnà (tanto per dire, la lettura del Levitico in parlamento) e dei talk show annessi. La maggior parte dei giornalisti o personaggi pubblici che ha parlato nei mesi scorsi non conosceva la distinzione fra “outing” e “coming out” e parlava di omosessualità come se ne sarebbe potuto parlare negli anni cinquanta (mancava solo che ci chiamassero “invertiti”). E ve la ricordate Conchita Wurst a Sanremo e tutto l’imbarazzo che ha circondato la sua esibizione? In altre parole, è vero che di omosessualità in tv si parla anche da noi, molto più di prima, ma non sono certa che la visibilità sia di tipo positivo e costruttivo. Proprio perché, più che gay, lesbiche, bisex e trans, a parlarne sono degli etero (magari cattolici) che non ne sanno proprio nulla di orientamento sessuale e identità di genere, ma che in compenso hanno dalla loro parte una lunga esperienza nella comunicazione, che invece alla comunità lgbt+ sembra mancare.

Una speranza forse viene dalla presenza sempre più frequente di personaggi omosessuali nei film e nelle serie tv, dove mi auguro che il tema sia trattato con un po’ più di naturalezza e sensibilità, ma non posso esserne certa perché appunto non ho molta esperienza in materia. Sarei contenta di conoscere il vostro parere a riguardo.

Vulcanica